Francesco Ciotti
Non regge più ormai l’ipocrita alibi della difesa di qualche fantomatico valore fondante della democrazia per le guerre imperialiste di Washington.
Donald Trump nelle scorse ore ha alzato la posta ben oltre la retorica abituale, dichiarando che “non esclude la guerra” con il Venezuela e decretando la “chiusura totale” dello spazio aereo venezuelano, posizionando la portaerei USS Gerald R. Ford, la più potente della flotta statunitense, a guidare un blocco navale che soffoca le coste sudamericane.
Un’escalation che ora non trova più giustificazione nella lotta al traffico di droga. “Hanno preso la nostra terra, i diritti sul petrolio, tutto quello che avevamo“, ha tuonato il presidente, riferendosi alle nazionalizzazioni passate. “L’hanno preso perché avevamo un presidente che forse non teneva traccia della situazione. Vogliamo riaverlo. Hanno preso i nostri diritti sul petrolio. Avevamo molto petrolio lì“. Un riferimento storico al 1976, quando il presidente Carlos Andrés Pérez nazionalizzò l’industria petrolifera creando la PDVSA, ma soprattutto alle ondate di espropriazioni del 2007 sotto Hugo Chávez. In quell’anno cruciale, aziende americane come ExxonMobil e ConocoPhillips videro i loro asset miliardari nell’Orinoco passare sotto controllo statale dopo aver rifiutato di diventare soci di minoranza del governo, innescando contenziosi legali che durano ancora oggi.
Pochi giorni fa è andata in scena la prima azione di confisca legalizzata in grande stile. Le forze speciali USA si sono calate dagli elicotteri sul ponte della petroliera Skipper nel Mar dei Caraibi, sequestrando il cargo definito da Trump come “il più grande mai catturato”. Mentre l’equipaggio non opponeva resistenza, Washington ha semplicemente dichiarato: “Terremo il petrolio, immagino”. Per Caracas è “pirateria internazionale”, per la Casa Bianca è il recupero di ciò che considera suo.
I trader di Wall Street e Londra hanno reagito immediatamente, spingendo il prezzo del greggio a livelli vertiginosi, quanto il blocco navale rimuove di fatto 600.000 barili al giorno dai mercati globali, interrompendo le forniture verso la Cina e creando un deficit di offerta.
La risposta del Cremlino non si è fatta attendere. In un comunicato ufficiale del 18 dicembre, il Ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov ha avvertito Washington di non commettere “un errore fatale”, sottolineando che le azioni unilaterali contro il Venezuela minacciano la navigazione internazionale e potrebbero avere “conseguenze imprevedibili per l’intero emisfero occidentale”.
Vladimir Putin ha contattato telefonicamente Maduro per ribadire il sostegno incondizionato all'”alleato strategico”, mentre il portavoce Dmitry Peskov ha confermato che Mosca è in “contatto costante” con Caracas.
Il legame tra Russia e Venezuela va ben oltre la diplomazia. Proprio mentre le navi americane si posizionavano nei Caraibi, Caracas ha siglato 42 nuovi accordi strategici con Mosca. Tra questi, per l’appunto, spicca un rinnovo di 15 anni per le joint venture petrolifere: la compagnia statale PDVSA e la divisione russa Roszarubezhneft continueranno a operare nei giacimenti occidentali di Boqueron e Perija fino al 2041. L’investimento previsto è di 616 milioni di dollari per estrarre 91 milioni di barili di greggio. “Nessun blocco illegittimo può superare la nostra forza energetica”, ha dichiarato la vicepresidente Delcy Rodríguez, annunciando anche cooperazioni per la produzione di vaccini anticancro e insulina. La presenza russa non è solo economica: tecnici militari di Mosca sono stati dispiegati per “assistere” nella manutenzione dei sistemi di difesa venezuelani, un chiaro segnale che un’invasione americana potrebbe incontrare ostacoli tecnologici russi.
Curiosamente nella retorica di Trump è stata messa in secondo piano la lotta al narcotraffico che ha visto mettere in piedi omicidi mirati da far west a completo spregio del diritto internazionale.
Al 20 dicembre, il bilancio di questa guerra non dichiarata è di almeno 104 morti confermati in oltre 28 attacchi mirati contro imbarcazioni nel Pacifico orientale e nel Mar dei Caraibi a partire da settembre.
Una brutalità perpetrata mentre né il governo statunitense né il Pentagono hanno fornito prove pubbliche che confermino i legami delle vittime con il narcotraffico.
Tra l’altro, come abbiamo più volte evidenziato, il World Drug Report 2025 dell’UNODC conferma che il Venezuela rimane libero da colture illecite e appare con una menzione minima come rotta per il traffico di droga verso Stati Uniti ed Europa. Secondo l’analisi del media venezuelano Misión Verdad basata sul rapporto ONU, la “grande autostrada” per gli Stati Uniti esce attraverso il Pacifico colombiano ed ecuadoriano (87% del flusso), con l’8% attraverso i Caraibi/Guajira e solo il 5% che cerca di attraversare il territorio venezuelano. D’altra parte, ricordiamo che Caracas detiene le maggiori riserve petrolifere comprovate al mondo, con circa 303 miliardi di barili, pari al 18% delle riserve globali totali.
Mentre si tenta di spegnere il conflitto russo-ucraino, ormai destinato a decretare la sconfitta dell’Alleanza Atlantica, ecco che inizia un’altra guerra che accende anche il confronto con Mosca e rappresenta solo un nuovo capitolo di una guerra esistenziale per l’occidente.


21 Dic 2025
Posted by Iskra
