Ci viene segnalato l’ennesimo lavoro sul mondo occidentale di Alessandro Pascale. E come si dice: “l’informazione forma”. Buona lettura iskrae
| di Marco Pondrelli, direttore di Marx21.it.
È stato pubblicato il secondo tomo dell’importante opera che Alessandro Pascale ha dedicato all’impero statunitense. Se nel primo volume venivano ricostruite le vicende fino alla Seconda guerra mondiale, è proprio da questo snodo storico che riprende l’analisi del nuovo libro. Come sottolinea l’Autore nell’introduzione, «non bisogna scadere in un becero antiamericanismo che equipari le responsabilità di un normale cittadino lavoratore a quelle della classe dominante» [pag. 9]. In altre parole, non si deve commettere lo stesso errore di chi, nel criticare Putin, finisce per assumere atteggiamenti razzisti o suprematisti nei confronti del popolo russo. Le prime pagine del volume aiutano a comprendere come la politica statunitense sia stata progressivamente piegata a esigenze di repressione di classe. Pascale cita con grande puntualità i provvedimenti legislativi, precedenti e successivi alla Seconda guerra mondiale, che hanno colpito duramente il mondo del lavoro e li suoi rappresentanti. Nel dopoguerra, tali dinamiche si intensificano: l’Unione Sovietica, uscita vincitrice dal conflitto contro il nazismo, godeva di una certa simpatia anche all’interno degli Stati Uniti, dove emergevano istanze di emancipazione sociale. Non a caso, come ricorda l’Autore, «un’inchiesta del settembre 1945 registra un 54% di cittadini statunitensi favorevole alla collaborazione con l’URSS» [pag. 18]. Pochi anni più tardi, tuttavia, il quadro appare radicalmente mutato. L’isteria anticomunista non si manifesta soltanto attraverso la Commissione McCarthy per le attività antiamericane, ma permea l’intero sistema politico e culturale. È il periodo della condanna dei coniugi Rosenberg, ma anche quello in cui l’establishment statunitense arriva a considerare l’ipotesi di una guerra nucleare preventiva contro l’Unione Sovietica. La repressione del movimento comunista si esercita tanto sul piano interno quanto su quello internazionale: in Europa occidentale, così come in quella orientale, si moltiplicano i tentativi di destabilizzazione. La nascita della NATO sancisce e istituzionalizza questa strategia, configurando come uno strumento di controllo dei paesi membri più che come una semplice alleanza difensiva. È in questo contesto che Pascale pone una domanda destinata a suscitare discussione: «gli Stati Uniti possono essere equiparati a un regime totalitario?» [pag. 97]. La risposta – che l’Autore argomenta diffusamente – è che si tratti di una forma di “totalitarismo liberale”. Tale tesi viene sviluppata attraverso un’analisi puntuale del secondo dopoguerra. Soffermandosi sulla condizione degli afroamericani, Pascale evidenzia come una reale emancipazione sia ancora incompiuta e come le aperture degli anni Sessanta siano state in parte determinate più dalla competizione con l’Unione Sovietica che da una genuina volontà riformatrice. In questa prospettiva, viene ricordato anche il ruolo dell’FBI, che – come osservava Domenico Losurdo – suggerì di superare la segregazione per evitare che gli afroamericani potessero avvicinarsi alle idee comuniste. Particolarmente efficace è anche l’analisi del sistema dell’informazione, oggi più che mai attuale. Chi continua a vedere negli Stati Uniti il “faro della libertà” dovrebbe confrontarsi con la lunga lista di interventi che il paese ha compiuto nel resto del mondo, riportata in diverse pagine del volume [pag. 174). Tali interventi non sono stati soltanto militari, ma anche economici. Gli attacchi alla sovranità di altri paesi si sono spesso realizzati attraverso strumenti finanziari: si pensi, ad esempio, alle vicende italiane dei primi anni Novanta o alla crisi russa del 1998. Un paese, suggerisce l’Autore, può essere destabilizzato non solo con le bombe, ma anche attraverso la finanza. In questo quadro, la NATO si conferma uno dei principali strumenti di mantenimento dell’egemonia statunitense. Come viene sottolineato, «con il crollo dell’URSS e del Patto di Varsavia, e la proclamazione del “Nuovo Ordine Mondiale” da parte di Bush Sr., la NATO si trasforma in uno strumento di apertura dei mercati globali». L’impero statunitense diventa così più aggressivo: l’Alleanza si espande, si moltiplicano i conflitti e l’informazione tende ad allinearsi agli obiettivi politici dominanti. Anche l’industria culturale, a partire da Hollywood, contribuisce a costruire un’immagine positiva delle agenzie di intelligence e delle forze armate statunitensi. L’impero statunitense si configura, in ultima analisi, come un impero economico, nel quale l’uso della forza militare rappresenta uno degli strumenti per preservare e rafforzare il proprio potere. La nascita del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale nel 1944 ha posto le basi di questo sistema, favorendo l’espansione delle multinazionali statunitensi. A tal proposito, Pascale richiama opere come Impero privato di Steve Coll e Confessioni di un sicario dell’economia di John Perkins, che descrivono il ruolo di queste strutture nel plasmare gli equilibri globali. Gli strumenti di questa egemonia vengono spesso presentati con nomi rassicuranti: ONG e think tank che, nella lettura proposta dall’Autore, agiscono come articolazioni del potere imperiale. Due ampi capitoli sono dedicati rispettivamente all’Africa e all’America Latina. Nel primo caso, Pascale ripercorre il processo di decolonizzazione, ricordando episodi drammatici come la guerra d’Algeria, che costò «al popolo algerino un milione e mezzo di morti (330 mila secondo le statistiche ufficiali francesi che non mettono nel conto i cadaveri delle fosse comuni che si scoprono di tanto in tanto)» [p. 277]. Per quanto riguarda l’America Latina, l’analisi si concentra sulle modalità con cui gli Stati Uniti hanno storicamente esercitato la loro influenza nel cosiddetto “cortile di casa”, con riferimenti puntuali anche a realtà ancora oggi centrali nel dibattito geopolitico, come Cuba e Venezuela. L’ultimo capitolo è dedicato all’Asia, destinata a essere centrale nella contesa egemonica del XXI secolo. Alessandro Pascale ne coglie l’importanza mettendo in evidenza due aspetti fondamentali. Il primo riguarda la crescita economica: «se nel dopoguerra l’Asia produceva circa il 20% del PIL globale, oggi tale quota è cresciuta al 50%» [pag. 431]. Il secondo elemento che determina la centralità dell’area si ritrova nelle analisi di Mackinder, che all’inizio del secolo scorso aveva individuato nell’Asia l’Heartland, il “cuore del mondo”: «chi domina l’Europa orientale comanda l’Heartland; chi domina l’Heartland comanda l’Isola-Mondo; chi domina l’Isola-Mondo comanda il mondo» [pag. 431]. Nel capitolo dedicato all’Asia, l’autore affronta anche la questione mediorientale, soffermandosi sul ruolo nefasto svolto dagli Stati Uniti attraverso la loro politica di guerra e il sostegno a regimi autoritari. Nel complesso, il libro si propone come una dimostrazione articolata della tesi secondo cui sia legittimo parlare di “totalitarismo americano”, esercitato attraverso strumenti militari, economici e mediatici. Una conclusione che, nelle intenzioni dell’autore, riafferma l’attualità del marxismo e individua nel socialismo una possibile alternativa sistemica. Info ulteriori sul libro su Intellettualecollettivo.it.
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16 Mag 2026
Posted by Iskra
