Jamil El Sadi
Alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo interviene anche il presidente del Tribunale Morosini: “Diritto alla verità è di tutti”
Le stragi del 1992 e del 1993 non possono essere lette come una semplice vendetta mafiosa, chiusa dentro i confini di Cosa nostra. È da questa premessa che ieri, nella Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, ha avuto luogo il seminario “Stragi di mafia: verità nascoste e democrazia ferita”, organizzato dall’associazione universitaria ContrariaMente RUM. A confrontarsi davanti agli studenti sono stati il senatore ed ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato e il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, moderati da Ilaria Pezzano, segretaria dell’associazione. Un incontro che ha riportato al centro della discussione pubblica i nodi irrisolti della stagione stragista: i depistaggi, i mandanti occulti, le connessioni con apparati dello Stato, il ruolo degli Stati Uniti (e quindi la CIA) e soprattutto il rapporto tra il diritto alla verità, la democrazia e il futuro del Paese.
“Che la narrazione mafiocentrica non corrisponda alla realtà risulta dal fatto che non è in grado di dare alcuna plausibile spiegazione di tutti i buchi neri che a tutt’oggi contrassegnano la vicenda dello stragismo in Italia”, ha detto Scarpinato attaccando frontalmente quella che ha definito la “retorica di Stato” sulle stragi. “Io oggi vorrei potervi raccontare una storia semplice sulle stragi del ’92 e del ’93, come quella che viene raccontata dalla retorica di Stato e dalla narrativa ufficiale”, ha detto. Una storia, ha spiegato, secondo cui “quelle stragi furono eseguite e ideate solo da personaggi come Salvatore Riina, i fratelli Graviano, Matteo Messina Denaro, per interessi tutti interni alla mafia”. Ma, ha aggiunto, “purtroppo io questa storia non ve la posso raccontare perché non risponde a verità”.
Per l’ex magistrato, la lettura “mafiocentrica” fallisce perché non sa spiegare i grandi vuoti che ancora segnano le inchieste e la memoria pubblica di quella stagione. “In primo luogo non riesce a spiegare i depistaggi iniziati nella immediatezza della strage e che sono prolungati per lunghi anni sino al 2020 (con il caso Avola, ndr) e che devono essere spiegati”, ha affermato. E ancora: “I depistaggi operati da esponenti ad apparati statali sono l’indice inequivocabile che in quelle stragi erano coinvolti interessi che andavano molto al di là della mafia, perché quei depistaggi non erano finalizzati a proteggere Riina e Graviano, bensì ad impedire che da Riina e Graviano si potesse risalire ai livelli superiori”.
Da qui un lungo elenco di domande rimasto in sospeso che Scarpinato ha rilanciato come altrettanti squarci aperti sulla verità negata: chi fece sparire l’agenda rossa di Paolo Borsellino? Chi cancellò i file delle agende elettroniche di Giovanni Falcone? Perché fu impedita la perquisizione della casa di Totò Riina subito dopo il suo arresto? Chi erano i soggetti esterni presenti nella fase di caricamento dell’esplosivo per la strage di via d’Amelio? E ancora: chi indicò tempi, modalità e obiettivi di una strategia che, secondo l’ex magistrato, non serviva solo agli interessi di Cosa nostra ma puntava a “orientare, con il sofisticato linguaggio delle bombe, l’evoluzione del quadro politico”?
Su questo punto, il senatore non ha usato mezzi termini: “I fautori e cantori della narrativa mafiocentrica delle stragi glissano, svicolano, si muovono”. E ha denunciato che le indagini sui livelli superiori “non sono per nulla gradite, anzi vengono in vari modi ostacolate”, ricordando l’ostracismo subito da magistrati che hanno cercato di approfondire il versante dei mandanti esterni. Tra questi Luca Tescaroli.
Secondo Scarpinato, le stragi non appartengono affatto al passato. “I segreti e le verità che si celano dietro le stragi restano un nervo scoperto”, ha continuato, sostenendo che si tratta di “una storia che attraversa il presente e che ha un altissimo coefficiente politico”. Un coefficiente tale che, se alcuni dei protagonisti condannati decidessero di parlare, “probabilmente bisognerebbe riscrivere ampie parti della storia di questo Paese, e il Paese si dovrebbe fermare”.
Per spiegare davvero il biennio ’92-’93, Scarpinato ha dovuto riavvolgere il nastro della storia: “Quelle sono infatti gli ultimi anelli di una catena che affonda le radici nel passato, in una storia che viene lontana. Sono gli ultimi episodi, in ordine di tempo, di una sanguinosa guerra per il potere e del potere, che è stata combattuta dietro le quinte sin dall’inizio della storia della Repubblica”. Una guerra che Giovanni Falcone definì “il gioco grande”.
Il filo rosso, secondo Scarpinato, sta nello scontro attorno alla Costituzione del 1948 e alla sua concreta attuazione. Una guerra, ha aggiunto, alimentata da “latifondisti, potenti gruppi industriali, banchieri, oligarchie economiche”, da ambienti neofascisti riciclati negli apparati statali, e dalla “alta mafia” o “borghesia mafiosa”.
Ed è in questo quadro che il senatore ha collocato anche il ruolo degli Stati Uniti. “Questo pool di forze reazionarie nazionali che ho indicato, questo sistema criminale integrato ha operato durante tutto il lungo periodo della Guerra fredda, sino alla caduta del muro di Berlino, con l’occulto sostegno esterno dei servizi segreti degli Stati Uniti e di quelli italiani legati a quelli americani, in quanto era ritenuto un argine contro il pericolo dell’avvento dei comunisti al potere”. E ancora: “La ricerca storiografica, le indagini della Commissione parlamentare sulla P2 e sulle stragi e, da ultimo, alcune sentenze hanno messo in luce il ruolo svolto nella strategia della tensione dall’ala più oltranzista dello Stato americano, fermamente ostile all’ingresso delle forze di sinistra nell’area di governo”.
Non un ruolo esclusivo, ha precisato, ma una convergenza di interessi. “Vi è stato, a mio parere, un rapporto di reciproca strumentalizzazione”, ha detto, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno cavalcato “pulsioni golpiste, autoritarie” di settori delle classi dirigenti italiane, mentre i complici italiani avrebbero usato l’anticomunismo “come alibi e copertura”.
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Il cuore della sua lunga lectio magistralis, riguarda però la funzione politica delle stragi del 1992-1993 dopo la fine della Guerra fredda. “Durante tutto il periodo della Prima Repubblica, gli esecutori delle stragi, mafiosi, uomini della destra eversiva, uomini dei servizi segreti, esponenti delle schegge fuori controllo di Gladio, avevano goduto in cambio dei loro servizi di protezione ad altissimo livello”. Ma con il crollo degli equilibri precedenti “la mafia e il potere criminale, che erano stati funzionali al sistema di potere della Prima Repubblica, diventano superflui e disfunzionali”.
Da qui la necessità di porre in essere un piano stragista come risposta a una fase di transizione politica. “Il piano prevedeva che dovevano eseguire una serie di stragi da rivendicare con la sigla la Falange Armata per buttare giù di sella i vecchi referenti politici che avevano voltato le spalle, per creare un clima di insicurezza generalizzata nel Paese e di sfiducia in una classe politica corrotta che non era in grado di garantire la sicurezza collettiva”. E ancora: “Alla mafia militare era affidato il compito esecutivo di braccio armato, ma i tempi, i modi e gli obiettivi da colpire erano indicati dagli strateghi esterni”. In sostanza, “le stragi del ’92 e del ’93 sono le stragi degli orfani della Guerra fredda”.
Nello stesso solco, si è espresso anche Piergiorgio Morosini, che, prima di Scarpinato, ha posto al centro il tema del diritto alla verità. Il presidente del Tribunale di Palermo ha sottolineato la necessità di “superare quella coltre di indifferenza che è scesa su vicende drammatiche del nostro recente passato”, denunciando “versioni di facciata” e “semplificazioni nella ricostruzione della verità” spesso “funzionali ad una manipolazione di quello che è stato”.
Morosini ha posto una domanda cruciale: “Chi è o chi sono i titolari del diritto alla ricerca della verità?”. E ha subito contestato l’idea che quel diritto appartenga soltanto ai familiari delle vittime o all’autorità giudiziaria. Richiamando Stefano Rodotà e documenti delle Nazioni Unite, ha ricordato che “di fronte a gravi violazioni di diritti umani o a crimini aberranti” esiste “un diritto alla verità pieno ed efficace ad ogni cittadino per evitare che certi fatti possano ripetersi in futuro e per produrre quegli anticorpi necessari nelle società democratiche”.
Per Morosini, dunque, la verità sulle stragi non è solo un’esigenza giudiziaria o memoriale: è una necessità democratica. “Questo diritto alla ricerca della verità non nasce solo dall’esigenza di restituire la dignità alle vittime e ai loro familiari”, ha spiegato. “Si tratta di un obiettivo che non può essere perseguito solo nelle aule di giustizia, ma coinvolge diverse istituzioni, il mondo dell’informazione, della cultura e la società civile in genere”.
Anche Morosini ha insistito sulla necessità di non frammentare il biennio stragista in episodi isolati (in controtendenza a quanto si sta facendo in Commissione parlamentare antimafia, ndr). Occorre, ha detto, “andare alla ricerca di un metodo per assemblare fatti diversi tra loro, valorizzando il contesto in cui si sono consumati quei fatti”. E riferendosi alla campagna di attentati del 1992-1993 ha osservato che vi sono “analogie con altre stragi che hanno insanguinato la storia della nostra Repubblica”: “L’incapacità degli organismi preposti alla sicurezza di controllare il territorio, la contestuale emersione di strategie di destabilizzazione politica, gli evidenti depistaggi dopo i fatti che si sono consumati”.
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Per il magistrato, leggere Capaci e via d’Amelio soltanto come vendetta mafiosa contro Falcone e Borsellino è “riduttivo”. Riduttiva, ha aggiunto, è anche la sola chiave della trattativa. C’è di più, e quel “di più” riguarda la capacità delle stragi di incidere sugli equilibri istituzionali del Paese. Per questo Morosini ha richiamato le parole pronunciate il 28 luglio 1993 dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che parlò di “torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”.
Da qui anche il riferimento al “doppio registro” individuato dalla Commissione parlamentare antimafia nei rapporti tra mafie e pezzi delle istituzioni: uno proprio delle fasi di stabilità, fatto di affari, coperture, impunità; l’altro tipico delle fasi di crisi politico-istituzionale, quando “c’è una messa a disposizione dei professionisti della violenza, cioè i mafiosi, a progetti invece di destabilizzazione”. Una definizione che si salda con la domanda di fondo posta da Morosini sulla stagione corleonese: “Se ancora una volta i corleonesi avevano operato come professionisti al servizio di altri che avevano invece in mente degli obiettivi ben precisi, che non avevano nulla a che vedere ovviamente con le dinamiche interne dell’organizzazione mafiosa”.
Morosini ha poi denunciato il clima ostile che spesso circonda chi prova a indagare oltre la superficie delle verità consolidate. Ha parlato di “archeologia giudiziaria”, di accuse di “smania di protagonismo” e di “politicizzazione” rivolte a chi si occupa ancora di quella stagione. Ma ha rivendicato che la magistratura “non deve farsi intimidire da questi attacchi e deve andare avanti per la sua strada”, pur mantenendo “sobrietà, prudenza nelle valutazioni, e consapevolezza del valore relativo delle verità processuali”.
Il punto finale del suo intervento è tornato ancora sul diritto alla verità come responsabilità collettiva. Morosini ha ricordato che già nel 2002 Pierluigi Vigna e Gabriele Chelazzi avevano sottolineato davanti alla Commissione antimafia la necessità che la ricerca di “connessioni e significati ancora ignoti” delle stragi proseguisse anche sul piano politico-istituzionale, nella consapevolezza dei limiti propri del processo penale. “La giustizia penale ha delle regole particolari”, ha osservato, “e questo in alcuni casi costituisce un limite dell’approfondimento”.
In conclusione, il messaggio lanciato dai due ospiti è stato chiaro e univoco: senza verità piena sulle stragi, la democrazia resta incompleta. I depistaggi, i silenzi e le resistenze dimostrano che i mandanti occulti e i livelli superiori restano un nodo ancora vivo e politicamente sensibile. E la ricerca di quella verità non è una battaglia per specialisti, ma un diritto-dovere dell’intera comunità democratica, perché la storia delle stragi è ancora tra noi.
31 Marzo 2026


01 Apr 2026
Posted by Iskra

