di Giuseppe Amata
Per comprendere le cause profonde della odierna situazione internazionale bisogna fare un lungo passo indietro.
Essa è caratterizzata sia dalla guerra della Nato alla Russia (utilizzando l’Ucraina come ariete a partire dal colpo di Stato dell’Euromaidan nel 2014), sia dalle guerre in Medioriente in permanenza da oltre sessant’anni e sfociate di recente prima nel colpo di Stato in Siria contro Assad (voluto da un lato dalla Turchia e dall’altro da Israele), dopo nel massacro dei Palestinesi a Gaza e da una settimana nell’aggressione di Israele all’Iran (con il sostegno di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea) con feroci bombardamenti anche sulle centrali nucleari con il rischio di radiazioni per le popolazioni degli Stati limitrofi, nonché con la guerra dei dazi scatenata da Trump a 360 gradi, salvo trovare accordi momentanei come con la Cina (in seguito alla dura risposta del governo cinese) o con altri Paesi.
Il lungo passo indietro ci deve riportare, come scritto altre volte, all’inizio della grande crisi economico-finanziaria iniziata alla fine del 2007 e che ha investito in pieno tutti i Paesi capitalistici, i quali dopo quasi vent’anni non ne sono ancora usciti.
Dal crollo dell’Unione Sovietica l’imperialismo internazionale a guida USA aveva intrapreso la politica della cosiddetta globalizzazione per dominare il mondo, tenendo anche sotto controllo lo sviluppo economico cinese; anzi tramite la globalizzazione gli USA pensavano di coinvolgere la Cina al modo di produzione capitalistico aprendola al mercato mondiale con l’entrata nel 2001 nel WTO e pertanto dominarla, così come aveva fatto con la Federazione Russa al tempo della presidenza di Eltsin.
Molti studiosi di problemi economici di scuola marxista hanno sempre sostenuto (per quanto mi compete sin dalla fine degli anni Novanta ai nostri giorni, in particolare nel libro, Il capitalismo e le crisi, Aracne 2013, e in tanti articoli scritti per marx21.it) che la cosiddetta globalizzazione presentava due aspetti, uno positivo cioè la mondializzazione dell’economia per incrementare gli scambi, ridurre i costi di produzione e favorire lo sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo allorché essi assumevano una corretta e autonoma direzione; un altro, invece, profondamente negativo, basato sul monopolio delle conoscenze tecnologiche dell’Occidente collettivo imposte ai Paesi in via di sviluppo tramite il pagamento dei brevetti e quindi sdi fatto ulla sottomissione di tali Paesi per la loro incapacità a costruirsi una via di sviluppo secondo le proprie caratteristiche territoriali, nazionali e culturali.
Niente delle previsioni, o meglio dire, aspirazioni impeerialistiche sulla Cina si è avverato, in quanto la Cina ha continuato a crescere risultando vincente, mentre a sua volta la Federazione Russa con la presidenza Putin riorganizzava la sua economia, soprattutto le fonti energetiche in parte rinazionalizzate, riducendo così l’espansione economico-finanziaria imperialistica sul suo territorio e soprattutto riorganizzava le Forze armate impegnate a difendere l’unità statale dalle rivendicazioni scissionistiche di gruppi terroristici appoggiati dall’Occidente, i quali facendo leva sugli strati più arretrati delle popolazioni di quelle regioni avevano intrapreso conflitti militari aperti per dissolvere la Federazione, così come era stata dissolta nel 1991 l’URSS.
2. La crisi economico-finanziaria del 2007 segna la svolta nei rapporti internazionali perché il capitalismo mondiale a guida USA si rende conto che con la crescita economica di molti Paesi, in particolare Cina, Russia, India, Brasile, SudAfrica (che formeranno alcuni anni dopo il BRICS) il modello della “globalizzazione” non va bene e si riparla in USA di protezionismo, una marcia indietro difficile da realizzare mentre si è in corsa. E pertanto a mio avviso, scrivevo allora, “il capitalismo avanti con la globalizzazione non può andare, indietro verso il protezionismo non può tornare e in questa situazione rischia di naufragare”. Oggi lo vediamo con i dazi di Trump a 360 gradi quante dispute si aprono: go and stop continuo e cosa realmente gli USA vogliono fare non si sa.
Nell’imperialismo americano si delineano a partire dal 2007 due percorsi per mantenere l’egemonia mondiale ed entrambi hanno in comune sia la militarizzazione dell’economia per incentivare la spesa pubblica (cioè il keynesismo militare a dispetto delle idee del grande economista inglese, il quale certamente voleva salvare il modo di produzione capitalistico incentivando i lavori pubblici per ridurre la disoccupazione e nell’immediato secondo dopoguerra creando il “bancor” come unità monetaria di conto per incrementare il commercio internazionale ed evitare le crisi economiche opponendosi a Bretton Woods alla creazione del sistema monetario internazionale fondato sul dollar standard concepito dagli USA per dominare il mondo), sia l’opposizione al socialismo con caratteristiche cinesi:
- Il primo basato sulla contrapposizione frontale alla Russia attraverso l’espansione della Nato verso i suoi confini e poi la guerra per distruggere la Federazione e appropriarsi delle grandi risorse energetiche e delle materie prime il cui utilizzo a basso prezzo permetterebbe la crescita del saggio del profitto evitandone la caduta tendenziale che porta alla crisi economica; appropriandosi delle risorse della Russia verrebbero cancellati tutti gli accordi tra Cina e Russia e i loro scambi basati sul reciproco vantaggio e pertanto la Cina non avrebbe più le risorse energetiche indispensabili al suo sviluppo (in attesa dei prossimi decenni impostati sulle energie rinnovabili) ed in tal modo non potrebbe conquistare il primato nell’economia mondiale come di fatto lo sta realizzando. Funzionale a questo percorso è stata l’espansione della Nato ai Paesi Baltici, il colpo di Stato a Kiev e di fatto l’inizio della guerra alla Russia, nonché il tentativo di inglobare oltre l’Ucraina, la Moldavia e la Georgia nella Nato. Negli anni a seguire al 2007 tale percorso è stato pincipalmente voluto dalle amministrazioni democratiche e concluso da Biden con il pieno sostegno della Unione Europea. Ma dopo tre anni di conflitto russo ucraino tale percorso è risultato perdente e sta naufragando perché la Russia oltre a dimostrare di essere forte sul campo di battaglia e avere una notevole potenza missilistica non è stata piegata col ricatto delle sanzioni economiche;
- Il secondo, scelto ora da Trump, è basato sulla ricerca di una forma di compromesso con la Russia nel tentativo di staccarla dalla Cina e poi pianificare la guerra alla Cina, passando attraverso guerre regionali ai suoi confini occidentali e nei mari orientali (con il sostegno di Giappone, Filippine, Sud Corea e Australia). Per questo percorso è funzionale controllare tutto il Medioriente per negare alla Cina le fonti energetiche, dando spazio alla potenza più aggressiva e aspirante ad un ruolo imperiale, cioè Israele, il quale sin dalla sua fondazione ha cercato continuamente l’espansione territoriale, sterminando i nativi mediorientali, in particolare il popolo palestinese, così come i coloni americani a partire dal Seicento iniziarono a sterminare i nativi del Nord America (un massacro di circa 5 milioni di uomini donne anziani e bambini!). L’attuale guerra scatenata da Israele alla Repubblica islamica iraniana, dopo il massacro dei popoli palestinese e libanese, è un tassello fondamentale del percorso guerrafondaio verso la Cina e nello stesso tempo una prova di forza per disgregare i BRICS+ per mantenere l’egemonia mondiale statunitense.
3. Ogni imperialismo, a partire da quello principale statunitense per seguire con quello della decadenza della Unione Europea (non è azzardato dire che marcia verso la sua estinzione in seguito alle sue divisioni interne tra l’asse franco tedesco con al fianco il polo finanziario dei Paesi Bassi e i Paesi accodati agli USA come Italia e Polonia), del Giappone, della Gran Bretagna e di Israele (questi ultimi due sempre strettamente a ruota degli USA) è ormai proteso nelle attività economiche ad un massiccio riarmo. Economia di guerra significa per il funzionamento del ciclo economico impiego delle merci create (missili, aerei, cannoni, artiglieria) e loro riproduzione, cioè attraverso il consumo nella guerra. Investire il 5 per cento del PIL a breve termine per il riarmo significa demolire del tutto la spesa sociale, significa tentare di arginare la crescente disoccupazione incrementando il numero dei soldati, aumentare il numero dei lavoratori a contratto e delle partite IVA, ridurre in ultima analisi i salari nominali e a maggior ragione quelli reali per la crescente inflazione. Significa quindi prepararsi alla guerra, dove e quando si sta vedendo.
Esistono anche le contraddizioni interimperialistiche nel momento attuale. Esse sono determinate a livello strategico dal fatto che gli USA cercano un disimpegno dall’Ucraina per fomentare altre guerre per loro più produttive, isolare la Cina dal mercato mondiale per impedirne il suo grande sviluppo e un domani affrontarla anche militarmente; mentre, al contrario, l’Unione Europea basa principalmente la sua politica aggressiva verso la Russia, Paese, come già detto, ricco di importanti risorse energetiche e di materie prime che la UE non ha e se ne vuole appropriare come ha fatto nel decennio Novanta del secolo scorso, quando il presidente della Federazione Russa era Eltsin (principale affossatore della Unione Sovietica per reintrodurre il capitalismo) ed aveva spalancato le porte al capitale finanziario europeo ed alle sue merci.
Altre contraddizioni interimperialistiche si sviluppano nel settore economico, dove gli USA attraverso la politica dei dazi aspirano ad incentivare i capitali stranieri ad investire a casa loro, compreso nelle le Borse o acquistando bond del Tesoro, ed attraverso la supremazia del dollaro, messa in discussione dai BRICS+, a mantenere la supremazia mondiale e comportarsi nelle relazioni con il mondo esterno come hanno sempre fatto dal 1945 in poi, cioè attraverso il famoso patto leonino, ispirato all’antica favola di Esopo.
4. Se quanto appena scritto rappresenta il desiderio dell’imperialismo internazionale, la lotta di classe che si sviluppa a livello internazionale in ogni forma, sia come competizione economica con i Paesi che aspirano a costruire un nuovo modo di produzione, sia come contrapposizione con i popoli oppressi, sia come contraddizione sociale tra capitale e lavoro al suo interno, ha determinato una realtà economica sociale e ambientale in contrapposizione con il suo desiderio. Dicevo anche e sottolineo soprattutto ambientale perché il modo capitalistico di produzione è in contraddizione permanente con il sistema ambientale portando alla distruzione delle condizioni naturali d’esistenza, in quanto le leggi della sua riproduzione, fondate sulla ricerca del massimo profitto, sono l’antitesi della legge di sviluppo del sistema planetario, fondata sui trasferimenti energetici decrescenti tra un livello trofico e l’altro, un meccanismo naturale che ha determinato in centinaia di milioni di anni l’incremento di una grande massa negaentropica rispetto a quella entropica che comunque ha nello stesso tempo determinato, massa negaentropica divorata dal modo di produzione capitalistico per il suo sviluppo, che a sua volta ha determinato una massa entropica via via crescente, anche per le distruzioni operate con le guerre bombardando ecosistemi un tempo non contaminati.
Diventa prioritaria nel nostro tempo, pertanto, sia la lotta di massa in opposizione alla guerra imperialistica, sia la lotta di massa per la salvaguardia delle condizioni naturali d’esistenza.
22 Giugno 2025


23 Giu 2025
Posted by Iskra

