Invito alla pubblicazione ed alla diffusione. iskrae
Scuola Formazione Caponnetto
Care amiche antimafiose, Cari amici antimafiosi,
Giovedì 18 giugno ore 8.45, Piazza Filangieri, Milano: UDIENZA PROCESSO “HYDRA”
Dopo le minacce di morte ai PM Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, diventiamo parte attiva dell’Antimafia sociale.
Saremo in tanti, insieme al nostro Nando, vieni anche tu!!!
Dettagli: nella bella locandina e nell’esauriente comunicato
Guido Fogacci
Grazie per l’attenzione, un fraterno saluto
°°
Vuoi saperne di più? Ecco la newsletter del Corriere della Sera del 5 giugno, a cura di Gianluca Mercuri, con l’introduzione di Nando dalla Chiesa al libro “Mafia a Milano e in Lombardia” di Portanova, Rossi, Stefanoni.
Bentrovate e bentrovati. Ecco il menu del weekend.
Milano Capitale Lo sapevate che anche a Milano fu costruita un’aula bunker, che il processo che ospitò portò a un numero di ergastoli enorme, che la Lombardia è stata l’unica regione italiana a essere sciolta per mafia, che «è stata per la mafia un’autentica prateria grazie a imprenditori e professionisti complici o compatibili»? Ma anche che in nessun altro posto al mondo si studia la criminalità organizzata con tanto rigore e si fa educazione alla legalità con tanta passione, che a Milano c’è un movimento antimafia forte e radicato, che dalla Lombardia viene la maggior parte dei volontari che gestiscono i beni confiscati alle mafie nel Sud? Sono le domande che Nando Dalla Chiesa – che di quel movimento e di quegli studi è il principale artefice, promotore e ispiratore – rivolge a tutti noi nella sua introduzione alla nuova edizione di Mafia a Milano e in Lombardia – Ottant’anni di affari e delitti, di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni. Vi aspetta un testo vibrante, urticante, stimolante come capita di rado a chi legge, e sempre quando a scrivere è Dalla Chiesa. Per un impressionante libro di cronaca diventato nel tempo un fondamentale libro di storia.
Romanzo criminale in tre ere: come la ‘ndrangheta si è presa Milano e la Lombardia
Nando dalla Chiesa
Quella che segue è l’introduzione alla nuova edizione di Mafia a Milano e in Lombardia – Ottant’anni di affari e delitti, di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni (Zolfo Editore, 848 pagine, 32 euro)
Lo sapevate che, dopo Palermo, anche a Milano fu costruita un’aula bunker per mettere al sicuro i processi di mafia e di ‘ndrangheta dai bazooka e dalle riserve di tritolo di cui disponevano sul posto le maggiori organizzazioni mafiose? E sapevate che proprio in quell’aula bunker si celebrò, fra i tanti, il processo (detto «Count down») che portò a un numero di ergastoli per reati di mafia tra i più alti nella storia giudiziaria d’Italia, paragonabile a quello del maxiprocesso palermitano?
E ancora: sapevate che a Milano e in Lombardia è presente il più forte movimento antimafia d’Italia insieme a quello siciliano, o che la Lombardia è il principale serbatoio di volontariato per i beni confiscati del Sud Italia? O che l’Università statale di Milano ha la leadership mondiale nella formazione sulle materie di criminalità organizzata e di educazione alla legalità, o, ancora, che nella regione Lombardia è cresciuta una delle più importanti attività di teatro antimafia? E che nonostante questo la Lombardia è stata per la mafia un’autentica prateria grazie a imprenditori e professionisti complici o compatibili?
Primati avvelenati e primati da speranza. Ma continuiamo. Sapevate che la Regione Lombardia è stata l’unica regione italiana a essere sciolta per mafia? Proprio così: non la Calabria, non la Sicilia, e nemmeno la Campania, ma precisamente la Lombardia nel 2012. Non perché fosse l’unica Regione infiltrata, naturalmente, ma perché vi fu costretta dagli eventi, con quell’assessore alla Casa che si era comprato i voti della ‘ndrangheta nel 2010. E sempre a proposito di clan calabresi, sapevate che il primo capo ‘ndranghetista arrivato in Lombardia, Giacomo Zagari, non vi giunse con il confino e nemmeno per giocare in Borsa nella capitale della finanza, ma si stabilì a Buguggiate in provincia di Varese facendo il muratore, per poi «governare» da quel paese sconosciuto il primo sequestro di una ragazza, fatta ritrovare morta in una discarica dopo che il padre aveva pagato un riscatto da capogiro?
Cristina Mazzotti, la prima donna sequestrata dalla ‘ndrangheta: aveva 18 anni e fu rapita il 30 giugno 1975 vicino alla villa di famiglia a Eupilio, in provincia di Como. Il suo corpo fu trovato il 1° settembre in una discarica. Il 5 febbraio di quest’anno, dopo oltre mezzo secolo, la Corte d’Assise di Como ha condannato all’ergastolo i suoi sequestratori materiali. Alle udienze hanno assistito per anni le studentesse e gli studenti dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano, fondato da Nando Dalla Chiesa
La vicenda della mafia in Lombardia è un caleidoscopio da impazzire. Forse i lettori più informati alcune di queste cose le sanno. Ma di norma il lombardo e il milanese che si ritengono al corrente delle cose del mondo non le conoscono. E nemmeno le immaginano. Anche se esse contribuiscono non poco a descrivere e a rimettere con i piedi per terra la storia reale dell’area più ricca e cosmopolita del Paese. D’altronde non è un caso che quando le narrazioni e le coscienze ammettono finalmente l’esistenza sui territori lombardi del fenomeno mafioso lo facciano coronando la faticosa acquisizione con un prezioso e sintomatico aggettivo: «Recente». Per dire che i territori lombardi sono – per i clan – «di recente insediamento». Per significare che non sono questi i luoghi originari, l’origine della colpa; il che è vero, guardando alle storie della mafia, anche se il poderoso e immortale affresco dei Promessi sposi sembra fatto apposta per stuzzicare le fantasie più curiose e inquiete (forse che la dominazione spagnola lasciò qualche germe invisibile?). Sta di fatto che quell’aggettivo risulta ormai improponibile per qualificare un fenomeno che – in modi diversi – ha messo le proprie radici nella regione negli ultimi ottant’anni. Ottant’anni: un numero che sa di secolo, di eventi capaci di sconvolgere la geografia del mondo, di vere e proprie ere geopolitiche. Insomma, stiamo parlando di un fenomeno che sarà anche nato nelle province della più profonda Calabria o della più lontana Sicilia, ma che ha ormai dato vita in Lombardia a una sua storia vera e propria, larga e molteplice, che come tale può e deve essere studiata.
Una storia con la sua economia, il suo diritto, le sue genti, la sua politica. Che va dal boom economico e dalle grandi fabbriche che attraggono braccianti meridionali in cerca di lavoro ai grappoli di antiche e nuove professioni, alla finanza d’avventura e alla massa liquida e transeunte di ristoranti e pizzerie di lusso. Lungo il suo scorrere si trovano il diritto ancora amministrato con princìpi asburgici, i marciapiedi fatti a regola d’arte e poi sempre più l’avanzata di un’urbanistica anarchica, sia in alto (i grattacieli) sia in basso (i marciapiedi, appunto). I visi smarriti e leali, stupenda antropologia di fabbrica, che popolano i funerali in piazza Duomo dopo la strage del 12 dicembre e, decenni dopo, le foto di gruppo ibride della metropoli internazionale con le schegge di malaffare che sprizzano dai suoi pori. Le altalene che portano dal riformismo ai partiti-azienda, fino al recupero faticoso e sempre in bilico di un decoroso spirito pubblico. Un caleidoscopio, abbiamo detto. Dove ogni osservatore indipendente può trovare tutto e il contrario di tutto. È in questa congerie di fatti, in questo speciale «disordine», per usare un termine che piacque a fine secolo a Corrado Stajano, che vanno cercate le radici di una mafia che, nelle sue distinte forme, prima soprattutto di Cosa nostra poi sempre più di ‘ndrangheta, è andata colonizzando ambiti di vita e di economia, abitudini, parole.
Il funerale laico di Lea Garofalo, celebrato in piazza Beccaria a Milano il 19 ottobre 2013. Lea era stata uccisa, fatta a pezzi e bruciata il 24 novembre 2009 dal suo ex compagno e boss della ‘ndrangheta Carlo Cosco, contro il quale aveva testimoniato. Decisiva, per la condanna, fu la testimonianza della figlia Denise
Si tratta di una storia complessa, evocativa della storia altrettanto complessa del Paese. Che, come illustrano con grande efficacia le tante pagine che seguono, a partire dall’indice fulminante, vanno da Joe Adonis a Luciano Liggio, da Michele Sindona ai fratelli Bono, dai fratelli Graviano con le loro eccellenti frequentazioni politiche, ai Papalia e ai Barbaro di Buccinasco e ai Mazzaferro di Como. Passando per la periferia di Bruzzano e per Bollate. O i Fidanzati e i Flachi. Fino all’uccisione, nel 2008, di Carmelo Novella, l’aspirante capo della ‘ndrangheta lombarda: ben più pronta alla secessione dalla madrepatria calabrese di quanto lo fosse la Lega Nord dalla Repubblica italiana. Giustiziato in solitudine, forse «per educarne cento», al suo tavolo di lavoro pomeridiano. Davanti a un bar di San Vittore Olona tra tavolini traballanti e sedie di plastica targate «Algida», altro che i fasti dei leggendari «grattacieli della City». Per arrivare poi ai processi degli anni Duemila, alla allegorica riunione del gotha ‘ndranghetista del 2009 nel circolo Arci di Paderno Dugnano, intitolato a Falcone e Borsellino. E infine alla scoperta ufficiale delle «locali» di ‘ndrangheta nelle province lombarde occidentali, allo scandalo del potere ‘ndranghetista insanguinato nella curva di San Siro e alla rivelazione di Hydra e del suo formidabile retroterra, ovvero tutta l’attualissima materia con cui si chiude il libro.
Una storia da capire e prima ancora da sapere. E da sapere e capire bene. Perché se c’è una ragione per la quale questo libro ha potuto e dovuto essere scritto è esattamente questa; che ben poco, della mafia soprattutto al Nord, si è saputo e si è capito. Meglio, poco si è voluto sapere e capire. La Grande rimozione, che non è finita, è stata infatti con la corruzione l’autostrada larga e confortevole per la quale i poteri mafiosi sono passati nel corso di questi ottant’anni. Non visti, talora tollerati, comunque vissuti alla stregua di folclorici incursori. Figli in fondo di un dio minore. Come chi legge comprenderà capitolo dopo capitolo, questi curiosi esseri un giorno incravattati e impomatati poi habitué di felpe e di tute, hanno prodotto in realtà uno dei più grandiosi paradossi sociologici che fossero immaginabili nell’Italia che si industrializzava e lasciava dietro di sé gli avanzi e i residui della società contadina. Ossia la conquista del Nord più avanzato e internazionalizzato da parte degli eredi dei pastori calabresi. Nessuno lo avrebbe immaginato. La lotta per il potere nazionale giocata, epicentro la Lombardia, tra i presunti relitti della storia e i suoi presunti dominatori. Come sappiamo, il flusso impietoso degli avvenimenti avrebbe rivelato ben altri scenari. Altro che esemplari di un mondo in via di esaurimento, o culture lasciate ai bordi della storia. Ma autentica nuova «razza padrona», per usare il titolo icastico che negli anni Settanta fece le fortune di un libro di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani. E ancora: chi pensava che il futuro della terra dovesse essere dettato, in ogni angolo, dagli impulsi a raggiera provenienti dalle grandi metropoli e dei loro sistemi finanziari e tecnologici, o dallo sviluppo incontrollabile del rapporto tra scienza e profitto, deve prendere atto, cronache e atlanti alla mano, che vi è un intero mondo, diciamo un’altra faccia della luna, che viene comandato e indirizzato da paesi e paesini di 10 mila, 5 mila, perfino 2-3 mila abitanti, che invano cerchereste sulla cartina geografica, a volte della stessa Calabria. E Milano ne è la prova del nove, la testimonianza più plastica.
La nuova, e benvenuta, edizione di Mafia a Milano pone dunque questo livello di problemi. E in tal senso è davvero interessante imbastire (chi scrive l’ha fatto) un confronto tra le prime due edizioni e questa. Nel senso che la forma e i contenuti del libro riflettono la storia di una società lombarda in trasformazione anche nei suoi rapporti con il fenomeno mafioso. Impressiona come questa edizione sia tanto più voluminosa della prima, pubblicata nel 1996, quando già tanti si meravigliarono constatando che era stato possibile scrivere centinaia di pagine su un fenomeno che molti giuravano non esistesse. E anche se da quella prima versione qualcosa è comunque fuoriuscito per sopravvenuto difetto di importanza, i numeri della foliazione sono aumentati vorticosamente. È purtroppo la prova che non bastano le grandi inchieste né le sentenze di condanna per fermare l’avanzata dei «pastori», e nemmeno per prosciugare i bacini che la alimentano. Molto continua a succedere, a dispetto di Count down o di Cerberus, o perfino di Crimine-Infinito, per la semplice ragione che gli eredi dei pastori non si fermano mai e mai si sentono appagati. Mentre dall’altra parte l’osservatore riceve spesso filmati e parole da «rompete le righe». Ecco, credo che la chiave migliore di lettura di questa terza edizione consista proprio in una curiosa e consapevole ricerca dei fatti nuovi che sono accaduti, dei processi nuovi che si sono messi in moto, ma anche del significato complessivo che è andata prendendo l’immagine appena usata dell’altra faccia della luna. Vi è molta differenza, voglio dire, tra una mafia che opera nelle bische e nel contrabbando avendo cura di coltivare gli amici «in alto»; e una mafia che riversa su Milano i guadagni immensi dell’eroina, generando, soprattutto nel settore immobiliare, nuove dinastie imprenditoriali dal rapido apparire; e poi, ancora, una mafia plurale che ricicla ovunque e si consorzia creando un network criminale volto a controllare gli snodi economici e i gangli amministrativi. Si disegnano in definitiva ai nostri occhi le tre ere geologiche attraverso cui ha preso forma in successione la storia milanese e lombarda del fenomeno mafioso.
Qualcosa infine vorrei dire sugli autori di questa impresa editoriale e civile al tempo stesso: Mario Portanova, Giampiero Rossi, Franco Stefanoni. Tre giornalisti di spicco, curiosi di tutto, d’animo inquieto e con la spina dorsale eretta, oltre che portatori di carriere che ne hanno segnato da tempo la presenza nel panorama nazionale della professione. Tre «inchiestisti» che hanno affinato nel tempo il loro istinto investigativo e soprattutto approfondito via via la loro conoscenza del fenomeno mafioso. Sul campo ma anche sui libri. Nel laboratorio di «giornalismo antimafioso» che fondai nel 2011 presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano, una delle prime pietre di un percorso scientifico a cui guardano ora con interesse le università di tutto il mondo, volli inserire tra le qualità primarie di chi scrive di mafia per qualsiasi organo di informazione la conoscenza storica del fenomeno mafioso. Troppe volte infatti il giornalista immagina di essersi formato una elevata professionalità specialistica in tema di mafia per il solo fatto di sapere tutto di un importante processo, di avere raccolto importanti confidenze di un magistrato alla guida di inchieste complesse e delicate, e per questo – come capita anche ad alcuni stessi magistrati – di potere tracciare teorie generali e istituire paragoni apodittici, generando prospettive giuridiche, economiche o sociologiche assai discutibili. Conoscere (bene) la storia per potere raccontare e spiegare il presente. Ecco, il volume dimostra come proprio questo imperativo sia diventato parte integrante della cultura professionale dei tre autori. E provo, mi sia consentito, un piacere particolare nel rilevarlo dal momento che tutti e tre provengono da quella coraggiosa e irriverente fucina di giornalismo che fu un mensile (oggi citato anche nei libri di storia milanese) di nome Società civile. Una fucina che apparecchiai con Gianni Barbacetto nel 1986 e nella quale venimmo affiancati da un folto e generoso gruppo di giovani che si incaricò di scrivere per Milano quel che i grandi giornali evitavano o trascuravano di scrivere. Fu in forza di questo legame che venni scelto circa trent’anni fa dai tre autori per scrivere l’introduzione della prima edizione, edita da Editori Riuniti nel 1996. In questo non breve tratto di tempo li ho visti maturare professionalmente fino a diventare punti di riferimento dei miei studenti e dei giovani delle associazioni antimafia. Come è giusto che sia, la loro esperienza si è allargata e affinata passando per numerosi campi, a volte contigui altre volte affatto diversi. Dalla corruzione alla politica, dai disastri ambientali alla finanza alla Chiesa.
Oggi il libro che il lettore ha in mano raccoglie e assorbe in pieno questa nuova maturità. Che diventa valore aggiunto, quasi dono involontario, per le pagine della nuova impresa. Le quali sono piene di elementi di cronaca, ma progressivamente si fanno storia. Pensata, cucita, ambientata. Una storia che serviva e che serve. E che merita un posto nella biblioteca (quale che ne possa essere la forma) dei cittadini attivi e consapevoli a cui è affidato il futuro di Milano e della Lombardia.


13 Giu 2026
Posted by Iskra




