di MOWA
«Per un po’ di benessere non bisogna tradire la verità e rinnegare se stessi» (Jean-Jacques Rousseau)
Che brutta storia quella di tentare di salvare un disastro finanziario essendo a conoscenza del’impossibilità di bloccarlo perché il rischio sarebbe troppo alto, per non dire impossibile.
Ed è quanto sta accadendo agli Stati Uniti d’America, o meglio a molte multinazionali di quel paese, che, di speculazione in speculazione, hanno lucrato in lungo e in largo utilizzando l’intero globo terracqueo come bancomat ed ora hanno raggiunto uno dei peggiori momenti della loro esistenza. E, “meno male”, affermano coloro che hanno subito le angherie e lo “strozzinaggio” di questi “usurai” (rentiers li chiamava nelle sue Opere, Lenin) senza cuore nè anima che sono arrivati ad acquisire, in varie forme (magari sotto le mentite spoglie assicurative), persino fondi pensione o fabbriche, sparse in ogni dove del Mondo, per, poi, spremerne ricavi fino a spolparle per, poi, rivenderle sottocosto, giusto, per fare “cassa” ulteriormente lasciando in eredità solo disastri sociali incommensurabili…
Una delle concause di questa crisi finanziaria made in USA sembrerebbe sia stata determinata dall’ultima vicenda ad opera di Donald Trump e denominata “operazione Epic Fury”, dove lo stesso presidente ha speso parole retoriche esaltanti del tipo: «una delle operazioni militari più grandi, più complesse e più travolgenti mai viste» che, però, gli sarebbe costata (al momento), stante l’udienza del Dipartimento della Guerra (ex Difesa) dello scorso 12 maggio, un aggravio della spesa militare, oltre quella già attuata e in corso (con l’ultima operazione in Iran) di ben 29 miliardi di dollari, per i soli e principalmente costi di riparazione.
Un dato certamente non definitivo e assolutamente parziale, ma, soprattutto, non esaustivo dell’intero ammontare che, però, rende molto bene i motivi del viaggio in Cina di Trump, effettuato con il vago tentativo di giocarsi la carta del ripianamento parziale del debito pubblico in quanto i capitali USA sarebbero alla ricerca di alternative alla bolla che hanno prodotto in casa propria. Si rammenta che, secondo l’Ufficio per il Bilancio del Congresso, gli USA, nel 2026, spenderanno ben oltre 1.000 miliardi in soli interessi. Ecco, quindi, svelato il motivo dei perché i capitali sono alla ricerca di alternative alla bolla creata in patria.
E pensare che un avviso ai grandi speculatori statunitensi era già stato dato dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) quando era stato comunicato loro che il debito pubblico globale complessivo (USA) era passato dal 15%, del 2008, all’odierno 40% e che nel prossimo decennio sarebbe salito ulteriormente ben oltre il 50%… se non fosse stata invertita la rotta. Inoltre se, poi, a quelle cifre si aggiungono le spese militari che Trump ha voluto aumentare d’emblée al 50% insieme ai prossimi megasussidi per la concorrenza cinese per l’Intelligenza Artificiale (AI) … forse ci si potrà rendere conto di come tutto ciò possa sia influenzare negativamente l’andamemnto che scardinare quello che è il già precario rapporto debito/PIL che, in tal modo, sarà destinato a crescere senza sosta.
Ora bisognerà evitare che i “fresconi” che siedono sugli scranni in Europa si facciano infinocchiare per l’ennesima volta dalla tiritera della “solidità” del dollaro o da altre strampalate conclusioni che hanno già portato questa parte del Mondo, in questi ultimi cinquant’anni, a pagare uno scotto altissimo in perdita di crescita industriale e in autonomia sociale per rincorrere il miraggio Usa conclusosi in una “bolla”.
Gli studi dell’iter di quanto accaduto e accade sono importantissimi e bisogna farne tesoro giusto per non ripere i medesimi errori. Già di questo ne parlava Lenin e ne scriveva nelle “Opere complete”[1] …sembra, purtroppo, che descriva i giorni nostri:
«Lo Sato rentier è lo Stato del capitalismo parassitario in putrefazione. Questo fatto necessariamente influisce su tutti i rapporti politico-sociali dei relativi paesi, e quindi anche sulle due correnti principali del movimento operaio in generale. Per dimostrare ciò nella maniera più evidente, lasciamo la parola a Hobson, il quale è il più “sicuro” come testimone, poiché non gli si può rimproverare alcuna predilezione per l’«ordodossia marxista»; inoltre egli è inglese e conoscitore delle cose del suo paese, che è il più ricco di colonie come di capitale finanziario e di esperienza imperialistica. Sotto l’impressione ancor fresca della guerra contro i boeri, Hobson descrive la connessione dell’imperialismo con gli interessi degli uomini di finanza, l’aumento dei profitti con gli appalti e le forniture, ecc. e a tale proposito scrive: «Coloro che fissano la direzione a questa esplicita politica parassitaria sono i capitalisti: ma gli stessi moventi esercitano la loro efficacia anche su determinate categorie di operai. In molte città i più importanti rami d’industria dipendono dalle commissioni governative, e questa è una delle non ultime ragioni dell’imperialismo dei centri delle industrie metallurgica e navale». Secondo Hobson, due categorie di circostanze indebolivano la potenza degli imperi antichi: 1) il «parassitismo economico»; 2) la composizione degli eserciti con elementi tratti dalle popolazioni soggette. «La prima crcostanza rientra nei costumi del parassitismo economico, per cui lo Stato dominante sfrutta le sue province, colonie e paesi sudditi allo scopo di arricchire la classe dominante e corrompere le proprie classi inferiori in modo di tenerle a freno». A nostra volta aggiungiamo che per rendere economicamente possibile tale opera di corruzione – in qualsiasi forma – sono necessari alti profitti monopolistici. Sulla seconda circostanza scrive Hobsan: «Uno dei più singolari sintomi della cecità dell’imperialismo è l’avventatezza con cui la Gran Bretagna, la Francia e altre nazioni imperialistiche si mettono su questa via. In essa l’Inghilterra si è inoltrata più di ogni altra. La maggior parte delle battaglie con cui conquistammo l’impero indiano furono combattute da eserciti formati di indigeni. In India, e ultimamente anche l’Egitto, i grandi eserciti permanenti sono comandati da inglesi; quasi tutte le guerre per la conquista dell’Africa, fatta eccezione per la parte meridionale, sono state combattute, per noi, dagli indigeni» […] Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell’imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l’opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio…»
E, ancora:
«Sempre più netta appare la tendenza dell’imperialismo a formare lo «Stato rentier», lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e «tagliando cedole». Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt’altro. Nell’età del dell’imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l’una ora l’altra, di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima, senonché tale incremento on solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell’imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra).»
Quindi è bene studiare la storia, rileggere quanto accaduto affinchè non riaccada e stare attenti a chi ripropone gli stessi meccanismi per aggrapparsi ad un potere malato che ricrea la propria bolla autocratica di guadagno sulla pelle di tutta l’umanità.
NOTE:
[1] Lenin nelle “Opere complete – XXII dicembre 1915 – luglio 1916” pagg. 279 ss
Foto di MOWA


23 Mag 2026
Posted by Iskra
