di MOWA
«La “proprietà fondata sulla violenza” risulta così solo una frase che cela il non capir lo svolgimento reale delle cose.» (Friedrich Engels)
Quanti hanno mai ragionato sul motivo per cui un certo tipo di informazione arriva a valanga, da parte dei media, negli ultimi decenni? E’ quella che crea ansie e paure in chi legge e ascolta aumentando, in tal modo, considerevolmente, l’insicurezza e le paure personali di ognuno.
E bene provare a capire quali siano i presupposti che fanno scattare il meccanismo della propria insicurezza, quali gli attori e chi ne trae, invece, beneficio approfittando della situazione, probabilmente creata ad arte.
Se si dovesse rispondere in sintesi si potrebbe dire che, se vi è stato il motivo di formulare, nell’Articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti umani, il principio che «ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona» da cui discende, probabilmente, l’istituzione all’ONU della Commission on Human Security con la quale si dovrebbe promuovere tale libertà a livello planetario, significa che vi è stato – e vi è – un potere materiale che cinicamente lo impedisce.
Ma quali potrebbero essere i principali elementi di cui avrebbe bisogno l’abitante di questo pianeta per impedire che l’insicurezza diventi un incubo con cui convivere?
Alcune di queste insicurezze sociali, come l’indigenza e la mancanza di pace, vennero individuate (dopo che i comunisti realizzarono, concretamente, nell’ex URSS un inizio di benessere sociale con la speranza del suo concretizzarsi cambiando le condizioni di vita di tutti) dal politico liberale ed economista William Henry Beveridge che le elencò sommariamente deducendone, poi, quali fossero le necessità degli uomini e su cosa dovessero concentrarsi gli interventi statali prima che la povertà e l’indigenza facessero il loro corso negativo sulle persone:
– istituire un servizio sanitario nazionale che offrisse assistenza medica e ospedaliera gratuita a tutta la popolazione (indipendentemente dal loro reddito);
– garantire la piena occupazione;
– attribuire assegni familiari ai meno abbienti.
Tutte queste “assicurazioni sociali” poste dal suddetto liberale inglese erano, ovviamente, indicate con il solo scopo di evitare che l’insorgente socialismo facesse presa nel terreno dei diritti (sociali in particolare) tra il crescente e planetario movimento proletario. Un movimento culturale di massa tanto consistente, nel secolo scorso, da far rabbrividire gli antagonisti capitalisti che cercarono (e lo fecero) di contrastarlo con ogni mezzo lecito o meno.
Quindi tra le insicurezze, oltre a quelle cognitive (ovvero, riconoscere i segni premonitori atti a selezionare le condotte più adeguate al superamento della circostanza), vi è quella esistenziale che si determina nell’incertezza della stabilità e dell’affidabilità della correttezza delle azioni quotidiane come efficaci al cambiamento per affrontare le sfide della vita.
La causa di quell’incertezza, forse, e prima di ogni altra cosa, andrebbe ricercata nell’essenza stessa delle disuguaglianze che vi sono tra gli individui e nella società. Queste sono, proprio, quelle che provocano insicurezza e/o sono state costruite per confondere sul valore di ognuno.
Aristotele sosteneva che:
«Non può esistere lo scambio senza parità, né parità senza commensurabilità».
E questa fu la logica che spinse Friedrich Engels ad affermare “il ruolo della violenza nella storia”, infatti:
«“la legge dell’appropriazione basata sulla produzione e sulla circolazione delle merci (o legge della proprietà privata) muta nel suo diretto opposto (per propria dialettica, intima e inevitabile). Lo scambio di equivalenti (che pareva l’operazione primitiva) si è invertito sì che solo in apparenza è uno scambio, poiché: (1) la quota di capitale scambiata con forza-lavoro è solo una parte del prodotto del lavoro altrui, appropriato senza equivalente; e (2) tale quota dev’esser reintegrata (nonché dal suo produttore, l’operaio) con un nuovo sovrappiù. […] In origine il diritto di proprietà ci apparse basato sul rapporto di lavoro”. Ora, alla fine della sua evoluzione esposta da Marx, “la proprietà ci appare, dal lato del capitalista, come diritto di appropriarsi lavoro altrui non pagato (cioè il prodotto di esso); e, dal lato dell’operaio, come impossibilità di appropriarsi del prodotto del suo lavoro. La scissione fra proprietà e lavoro segue d’uopo da una legge, scaturita in apparenza dalla loro identità”».
Ripreso, poi, più chiaramente ne “i principi del comunismo” quando spiegava quali fossero i vizi e le origini di un sistema capitalista:
«…anche il prezzo del lavoro è uguale al costo di produzione della merce stessa. Ma il costo di produzione del lavoro consiste esattamente nella quantità di mezzi di sussistenza necessaria a mettere l’operaio in condizione di rimanere atto al lavoro e a impedire l’estinzione della classe operaia. L’operaio non riceverà dunque per il suo lavoro più di quanto sia necessario a questo scopo; il prezzo del lavoro o salario sarà dunque il minimo necessario per il sostentamento della vita. Ma poichè i periodi degli affari sono ora peggiori ora migliori, egli riceverà ora di più ora di meno proprio come il fabbricante riceve ora più ora meno per la sua merce. Tuttavia, come il fabbricante nella media dei periodi buoni e cattivi non riceve per la sua merce più o meno dei costi di produzione, così l’operaio in media non riceverà né più né meno di questo stesso minimo. Ma questa legge economica del salario sarà attuata tanto più rigorosamente quanto più la grande industria s’impadronirà di tutte le branche del lavoro.»
Queste parole sono chiarissime e spiegano nel dettaglio perchè vi sia una parte della società civile che resterà sempre soggiogata, dipendente, con rare prospettive di cambiamento e, in modo altalenante, comunque e sempre funzionale all’arricchimento dei pochi che detengono il capitale, e quindi in perenne frustrazione, ansia e insicurezza rispetto alla propria vita e alle proprie possibilità di riscatto.
Foto di MOWA


03 Gen 2026
Posted by Iskra
