di Rinaldo Battaglia *
Il 27 dicembre 1990 a Verona moriva Giulio Bedeschi. Ebbe, nel 1963, analogamente ad un altro alpino – anch’egli della mia terra, Mario Rigoni Stern – il grande merito di aver riportato, all’opinione pubblica italiana, l’assurdità della nostra tragedia dopo l’invasione, con Hitler, in terra russa già dall’estate ’41.
Vi anticipo che i loro libri – sia quelli di Mario Rigoni Stern che di Giulio Bedeschi – sono stati per me pietre angolari della mia formazione e della forte passione alla Storia.
Eppure, eppure quei due alpini hanno avuto due vite diverse. Totalmente diverse.
Non prima dell’8 settembre 1943 quando c’era solo da ubbidire e combattere, senza alternative se non la diserzione. Ma dopo quella data, quando tu – soldato o ufficiale che fossi – potevi e dovevi scegliere da che parte stare: col fascismo, il Duce e i nazisti criminali dappertutto o contro loro, contro chi deportava, rastrellava, massacrava senza pietà. Da una parte chi voleva il potere della dittatura, dall’altra riva del fiume l’opposto.
Senza tener conto che, se avessero vinto i primi, la mia Vicenza probabilmente sarebbe stata a tutti gli effetti annessa la Terzo Reich e i comandi sarebbe arrivati non da Roma ma da Berlino. Per chi non lo sapesse, e magari al 25 Aprile festeggia al Buso della Spluga o per chi si dichiara ‘non antifascista’, invito sempre a leggere le pagine del ‘Diario intimo’ di un certo Joseph Goebbels, che nel 1937 prevedeva già l’oroscopo dell’Europa nazista. Ebbene i due illustri Alpini dopo l’8 settembre sono andati in direzione opposta. Totalmente opposta.
Solo che non si ama ricordarlo e da sempre, anche sui giornali vicentini, certe notizie storiche, accertate e documentate, non vengono dette. Buio totale, totale amnesia. È giusto fare così? È educativo per i nostri figli? Pertanto, diamo a Cesare quel che è di Cesare e ad ogni Alpino la sua verità.
Partiamo dall’alpino di Asiago, Mario Rigoni Stern. Sfido chiunque a non conoscere o non aver letto alcune pagine de “Il sergente nella neve” pubblicato nel 1953, la sua autobiografia proprio della catastrofica ritirata della campagna di Russia. Mario era partito volontario (ragazzo del 1921) spinto dall’indottrinamento del regime fascista, dai comandamenti di ‘dio, patria & famiglia’, dalle amnesie collettive sulla disumanità delle leggi razziali. Se ne renderà personalmente conto quando, nel febbraio/marzo ’43, capirà che in Italia nessuno, tanto meno qualche giornale, ne aveva parlato: nessuna notizia, buio totale sulle battaglie e sui 100.000 morti nel gelo russo. Anzi, i superstiti vennero messi a tacere in nome della guerra, della patria, della propaganda assassina.
La sua risposta e la sua scelta arrivarono poco dopo, l’8 settembre 1943. Come altre 800 mila uomini (il 40% delle Forze Armate italiane) venne fatto prigioniero dai tedeschi. E come il 90% di quei prigionieri rifiutò di giurare fedeltà alla Repubblica sociale di Mussolini e preferì il lager come IMI (a Hohenstein, oggi Olsztynek in Polonia). Tornerà a casa a casa a piedi attraversando le Alpi, dopo quasi due anni di lager, il 5 maggio 1945. Pesava neanche 40 chili e persino sua madre inizialmente non lo riconobbe tra quelle ossa a fior di pelle. Pagò a caro prezzo la sua scelta, bene immortalata in un personaggio di un suo racconto, il sergente IMI Cecco Baroni, con quel suo dire: “vedi quelle sentinelle dietro i reticolari? Sono loro i prigionieri di Hitler, non noi. Noi a Hitler e Mussolini diciamo NO, anche quando ci vogliono prender per fame”.
Lo ripeterà più volte e più volte anni dopo spiegherà la sua scelta antifascista: “Quello che ci avevano insegnato nella nostra giovinezza era tutto sbagliato. Non bisognava credere, obbedire, combattere. Eravamo numeri. Non più uomini. Il mio era 7943. Ero uno dei tanti. Mi avevano preso sulle montagne ai confini con l’Austria, mentre tentavo di arrivare a casa, dopo l’8 settembre del ’43. Mi portarono a piedi fino a Innsbruck e poi, dopo quattro o cinque giorni, ci caricarono sui treni e ci portarono in un territorio molto lontano, che a noi era sconosciuto, oltre la Polonia, vicino alla Lituania, nella Masuria, in un lager dove poco tempo prima erano morti migliaia di uomini; gli storici parlano di cinquanta-sessantamila russi. Erano prigionieri, morti di fame e di tifo. Noi andammo ad occupare le baracche che avevano lasciato libere, nello Stammlager I-B. Dopo quattro o cinque giorni, ci proposero di arruolarci nella repubblica di Salò, ossia di aderire all’Italia di Mussolini. Eravamo un gruppo di amici che avevano fatto la guerra in Albania e in Russia. Eravamo rimasti in pochi. Ci siamo messi davanti allo schieramento, e quando hanno detto «Alpini, fate un passo avanti, tornate a combattere!», abbiamo fatto un passo indietro. Gli altri ci hanno seguito. E fummo coperti di insulti, di improperi”.
Mario Rigoni Stern è passato alla Storia come il ‘sergente nella neve’ meno, se non nulla, quale IMI che rifiutò il fascismo, quando poté finalmente scegliere da che parte stare. Lui tornò a casa, molti altri no, tra cui un mio zio della Julia che a 23 anni si fermò per sempre a Zeithain. Abbiamo, in Italia, preferito la narrazione del sergente che scappa eroicamente dalla Russia per salvare i suoi commilitoni, non dell’IMI che resta prigioniero pur di non ritornare sotto il Duce e il suo regime fascista. Ditemi se non è così!
L’altro alpino, nativo di Arzignano, morto come oggi 34 anni fa, come prima detto, era Giulio Bedeschi. Anch’egli della Julia fino all’armistizio e anch’egli miracolosamente uscito vivo dalla Russia, immortalando quelle gesta nel suo capolavoro “Centomila gavette di ghiaccio”. Un ‘must’ tra i libri italiani del secolo scorso. Da ragazzo penso di aver consumato le pagine del volume a forza di leggerlo e rileggerlo. Lasciandomi ricordi indelebili sui cappelli alpini, sui muli fedelissimi, sui fucili ghiacciati e le distese bianche nella ritirata.
E poi come non imparare a memoria quella citazione di Tucidide con cui apre “Centomila gavette di ghiaccio”: «Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce» ed io tra le righe intendevo non solo l’esaltazione della dignità dei 229.005 uomini spediti dal Duce nella tragedia della campagna di Russia, ma anche e soprattutto l’accusa immensa sulla criminalità del regime e del fascismo in generale, che aveva addormentato la coscienza degli italiani per oltre 20 anni.
Poi cresci, leggi altri libri, ti documenti e non capisci più nulla. Perché, dopo l‘8 settembre ’43 da Mr. Hyde diventa il dottor Jekyll, ma nascondendolo al mondo perché la nuova realtà si scontra con l’immagine precedente.
Dovete sapere che nell’estate ’44 con gli alleati in arrivo anche la Romagna fu teatro di scontri terribili tra i nazisti e i fascisti da una parte e i partigiani e gli Alleati dall’altra. Qualcuno ha definito questo periodo quello della ‘Resistenza’. In particolare, nella zona di Cesena, il continuo ed inarrestabile avvicinarsi degli Alleati intensificò le azioni partigiane che avevano in prima figura il presidente locale della CNL, Ernesto Barbieri. I fascisti cesenati reagirono con la massima violenza ed atrocità, contro i partigiani o chi – si pensava – li aiutava. Ad esaltarsi in queste azioni sanguinarie vi era la specifica Brigata Nera “Arturo Capanni”, comandata dal locale segretario del Partito Fascista Repubblicano Guido Garaffoni. Tanto per esser chiari, il modus operandi dei fascisti della “Arturo Capanni” fu talmente violento ed assassino che persino il comando di Salò richiamò più volte all’ordine Guido Garaffoni e i suoi ufficiali. Non solo: ordinò che una squadra del battaglione M “Venezia Giulia”, di stanza a Cesena e che nei mesi precedenti aveva compiuto in zona rappresaglie ed eccidi, aprisse un’indagine sugli uomini della Brigata Nera.
Ma anziché calmarsi, si ottenne l’effetto opposto. Il comandante Garaffoni ampliò la rete di delatori e spie e già 18 agosto 1944, grazie ad una delazione la Brigata Nera catturò e fucilò otto uomini al ponte di Ruffio. Esaltati dalla ‘vittoria’ i fascisti continuarono le loro operazioni arrestando e fermando chiunque fosse solo sospettato. A Villalta di Cesenatico, grazie ad un’altra spiata, vennero catturati i fratelli Dario, Clara, Gino ed Urbano Sintoni e la cognata Iris Casadio. Prove nessuna: ma servivano?
Lo stesso nei giorni successivi a Bagnarola con l’arresto nella sua casa del contadino Gino Cecchini. E poi anche Gino Quadrelli, Sebastiano Sacchetti ed Oberdan Trombetti. E poi ancora Adamo Arcangeli (24 anni). La loro accusa? In quella zona, poco lontano dalle loro abitazioni e dal porto canale di Cesenatico vi era stato un sabotaggio antitedesco. Portati dai fascisti della brigata nelle carceri della Rocca Malatestiana, vennero torturati per giorni e giorni.
Il 22 agosto, grazie all’ennesima spiata, arrivarono di sorpresa in una casa, a San Giorgio, dove si stava tenendo una riunione della resistenza locale. Vennero subito uccisi due partigiani (tra cui Ernesto Barbieri) mentre un altro, Urbano Fusconi, venne invece catturato e condotto anch’egli alle carceri della Rocca Malatestiana.
Poi anche per dare un messaggio alla zona e alle famiglie contadine di Cesena, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre Arcangeli, Urbano Fusconi (20 anni), i fratelli Gino ed Urbano Sintoni, Cecchini, Quadrelli, Sacchetti e Trombetti vennero legati ad una corda, come bestie, portati davanti alla Rocca Malatestiana e lì fucilati. A sparare fu un plotone d’esecuzione della XXV Brigata Nera “Arturo Capanni”. Passerà alla Storia, per qui pochi che la conoscono, come l’eccidio della Rocca Malatestiana. Eccidio fascista non nazista, eccidio italiano non tedesco.
Ebbene cosa c’entra questo col nostro alpino delle “Centomila gavette di ghiaccio”? Semplice: tra i capitani della “Arturo Capanni” in quel periodo e in quella zona operava un certo Giulio Bedeschi. Era uno dei comandanti fascisti di Salò.
Ovviamente, nel Cesenate, quel sangue e quelle torture provocarono una forte reazione partigiana e due mesi dopo l’intera Brigata Nera, il capitano Garaffoni e il nostro Giulio Bedeschi scapparono in fretta verso nord e arrivarono nella mia terra, a Thiene (e nel caso del capitano medico Bedeschi fu un ritorno nella sua terra natale). Ma continuarono nelle loro azioni criminali fatte di sequestri, retate, rastrellamenti su chiunque fosse ritenuto legato al movimento partigiano. Ritenuto ossia solo sospettato.
Ma dopo ottobre arrivò anche a Thiene il fine aprile e con esso anche la Liberazione. E si cambiò il cacciatore e la preda. Pochi giorni dopo la Liberazione di Thiene – il 17 ed il 19 maggio 1945 – arrivò in città un gruppo di partigiani romagnoli che, una volta trovati nelle carceri locali alcuni fascisti della Brigata Nera cesenate, tra cui il capitano Garaffoni, li prelevarono e li uccisero per vendetta nei boschi circostanti. Furono 25 gli uccisi. Anche qui senza processi. Quello successivo del 4 gennaio 1947 presso la corte d’assise di Forlì assolse solo alcuni ‘fascisti’ minori, quali Agostino Belli e Urbano Briganti, per insufficienza di prove, ma salvaguardando il ‘peso’ di quell’eccidio, altri – tra cui Augusto Battistini – furono condannati a 24 anni di carcere (poi ridotti a16 per le amnistie non-famose).
E il capitano medico Giulio Bedeschi? Non venne trovato e nemmeno si presentò, il 24 aprile 1946, davanti alla Commissione provinciale di Forlì che lo giudicò come un “fascista politicamente pericoloso”. Vista la sua assenza il «federale repubblichino di Forlì, fuggito al Nord, latitante» Giulio Bedeschi fu privato dei «diritti elettorali attivi passivi per anni dieci».
Stando ad alcuni storici della Resistenza come Benito Gramola, che sul caso ha speso molto del suo tempo, si era probabilmente nascosto presso famiglie amiche, rifugiandosi poi in Sicilia per paura di subire qualche rappresaglia o vendetta. Fu in quel periodo che scrisse il libro sulla ritirata russa concludendolo nel 1948, pubblicato però solo nel 1963 da Mursia (con cui vinse il Premio Bancarella nel 1964).
E la citazione di Tucidide: «Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce»? Parole al vento? Altro mondo, altri periodi. Mi piacerebbe conoscere l’opinione delle famiglie di Cesena e i parenti degli uccisi nell’estate ’44. Lui dove era? Ha fatto qualcosa per impedirlo?
Se partecipassi al gioco della torre e avessi due figure, una dell’alpino di Asiago e una di quello di Arzignano, non esiterei un attimo a buttare giù il secondo. Solo per la delusione personale che ho patito.
Evidentemente non tutti gli Alpini sono uguali, come gli uomini. Solo che spesso facciamo di tutta un’erba un fascio. E non è un gioco di parole.
27 dicembre 2025 – 35 anni dopo – Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Terza Parte” – Amazon – 2025
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell’Osservatorio


28 Dic 2025
Posted by Iskra

