di Giuseppe Franco Arguto
Se l’Italia è già stabile grazie a Giorgia Meloni, perchè bisogna cambiare le regole elettorali per renderla stabile?
C’è qualcosa di singolare nella propaganda del governo Meloni: quando occorre celebrare il suo operato, accreditandola come leader autorevole anche sul piano internazionale, l’Italia viene descritta come un Paese finalmente stabile; a questo proposito l’immagine pubblicata sulla pagina di Luca Ciriani ne è un esempio quasi didascalico: il Wall Street Journal, secondo la sintesi proposta dal Giornale, riconoscerebbe alla presidente del Consiglio il merito di avere reso stabile l’Italia.
Il messaggio è lampante: prima di Meloni c’era l’instabilità, con Meloni è arrivata la stabilità.
Stranissimo, però che poi si passi dalle celebrazioni propagandistiche alle proposte di riforma e improvvisamente il quadro cambia: il sistema politico italiano torna a essere descritto come incapace di produrre maggioranze sufficientemente stabili e governi in grado di durare. Secondo il documento che contiene la proposta di riforma (vds. rife. a fine testo), occorre dunque modificare la legge elettorale affinché possa favorire «maggioranze parlamentari riconoscibili e stabili», una «maggioranza parlamentare stabile» e, infine, la «stabilità dell’azione di governo».
Dunque la domanda è inevitabile: se l’Italia è già diventata stabile grazie a Giorgia Meloni, perché bisogna cambiare le regole per renderla stabile? L’inghippo sta nella doppia funzione che la parola stabilità assume a seconda della necessità politica del momento. Quando serve glorificare la leader, la stabilità è una conquista personale di Giorgia Meloni; quando serve modificare le regole istituzionali, l’instabilità torna invece a essere una malattia strutturale della Repubblica.
Le due narrazioni non possono essere entrambe vere nello stesso senso. Mi spiego meglio.
Se il governo Meloni ha davvero dimostrato che, con l’attuale Costituzione e con l’attuale sistema parlamentare, un esecutivo può essere politicamente stabile e durare, allora viene meno buona parte dell’argomento secondo cui occorrerebbe modificare le regole per ottenere ciò che quelle stesse regole avrebbero già consentito.
Se invece l’Italia soffre davvero di una patologia istituzionale che impedisce ai governi di essere stabili, allora la proclamazione secondo cui Meloni avrebbe già risolto il problema appartiene alla propaganda celebrativa e non alla descrizione della realtà. Tuttavia, il punto più importante è un altro.
Nel linguaggio di queste riforme si tende continuamente a sovrapporre concetti che la nostra Costituzione mantiene distinti: la durata della legislatura, la stabilità delle istituzioni e la permanenza in carica di un governo. Una legislatura dura cinque anni. Un governo non ha costituzionalmente diritto a durare cinque anni; il governo resta in carica finché dispone della fiducia parlamentare. È una differenza fondamentale, perché significa che la continuità dell’esecutivo non è un valore autonomo da proteggere contro tutto il resto: deve essere continuamente sostenuta da un rapporto politico con il Parlamento.
Quando invece si comincia a presentare come un’anomalia il fatto che un governo possa cadere prima della fine della legislatura, si introduce silenziosamente un’altra idea di democrazia: il voto non servirebbe più soltanto a eleggere un Parlamento dal quale nasce un governo sottoposto a un rapporto permanente di fiducia; tenderebbe a trasformarsi nell’investitura politica di un blocco di potere che dovrebbe essere messo nelle condizioni di governare per l’intera legislatura.
Ed è qui che la parola stabilità merita di essere osservata con molta diffidenza.
Chi potrebbe dichiararsi favorevole all’instabilità? Nessuno. È una di quelle parole che arrivano già cariche di consenso; stabilità evoca ordine, continuità, affidabilità. Il problema nasce quando si evita accuratamente di precisare che cosa debba essere stabile e a vantaggio di chi.
Le istituzioni democratiche devono certamente essere solide e le regole devono essere affidabili, nel contempo l’amministrazione pubblica deve garantire continuità; ma da questo non deriva affatto che un governo debba essere messo politicamente nelle condizioni di durare cinque anni, quasi sottraendo la sua permanenza alle conseguenze delle crisi politiche, delle fratture della propria maggioranza o della perdita della fiducia parlamentare.
Un governo non diventa democraticamente migliore perché dura più a lungo, perché anche un cattivo governo può essere stabilissimo. Ed è precisamente questo il nodo che la propaganda rimuove: la durata viene presentata come un bene in sé, quasi che la qualità democratica di un sistema potesse essere misurata con un cronometro.
La vera contraddizione, dunque, non è soltanto fra il manifesto celebrativo di oggi e la proposta di riforma di domani. È più profonda.
Quando Giorgia Meloni deve essere celebrata, la stabilità è la prova che il sistema funziona sotto la sua guida; quando il potere deve essere rafforzato, l’instabilità del sistema diventa la ragione per cambiare le regole. In entrambi i casi, curiosamente, la conclusione è sempre la stessa: più forza all’esecutivo.
Ed è probabilmente qui che si trova l’inghippo.
Non si sta cercando semplicemente un sistema politico più stabile: si sta cercando di trasformare la stabilità del governo in un valore superiore alla possibilità democratica di metterlo in discussione.
Riferimento documentale: Atto Camera n. 2822, presentato il 26 febbraio 2026, primo firmatario Galeazzo Bignami, recante: «Modifiche al testo unico delle leggi recanti norme per p’elezione della Camera dei Deputati e al testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica ».
Foto di jiangxulei1990


07 Lug 2026
Posted by Iskra

