Elena Forgiarini e Francesco Ciotti
Non tutti rimangono in silenzio di fronte all’economia di morte che alimenta il tessuto produttivo del nostro Paese. Nella mattina del 13 settembre, un centinaio di persone ha preso parte al corteo che da piazza dell’Unità è giunto davanti alla sede di Leonardo S.P.A a Ronchi dei Legionari. La manifestazione, segnata da diversi interventi, ha visto emergere con forza la denuncia di un’Italia che continua a vantarsi del proprio “saper fare” impresa, anche quando questo significa contribuire a massacri e genocidi.
A sfilare non c’erano soltanto attivisti e associazioni, ma anche tanti giovani indignati contro una politica guerrafondaia, rivendicando un futuro libero dall’economia delle armi.
Non è un caso che i manifestanti abbiano ricordato le parole del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: “Esaltare l’eccellenza del saper fare italiano rappresenta un grande orgoglio”. Dichiarazioni riferite proprio a Leonardo, che nel 2025 prevede un fatturato di 18,6 miliardi di euro. Ma quale orgoglio può derivare da un’economia che prospera sul sangue di civili innocenti?
Leonardo e il genocidio a Gaza
Non ci sono slogan astratti e primi di contenuti, bensì i dati ufficiali delle grandi commesse militari a dipingere un quadro vergognoso della nostra connivenza con i peggiori crimini. A luglio 2025, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha pubblicato un rapporto in cui Leonardo figura tra le oltre 1.650 aziende coinvolte nel programma dei caccia F-35 israeliani.
Questi velivoli hanno consentito a Israele di sganciare su Gaza circa 85.000 tonnellate di bombe, provocando la morte o il ferimento di oltre 179.411 palestinesi.
Ma il legame non si esaurisce qui. Leonardo, attraverso la sua controllata OTO Melara, produce i cannoni navali 76/62 Super Rapido, montati sulle corvette israeliane e impiegati per bombardare la Striscia dal mare. Con una capacità di fuoco di 120 colpi al minuto e una gittata tra i 20 e i 35 chilometri, questi sistemi d’arma sono stati utilizzati operativamente fin dal 7 ottobre 2023. La consegna alla marina israeliana è avvenuta nel settembre 2022, per un valore stimato di 100 milioni di dollari.
In Israele Leonardo è presente anche con stabilimenti industriali diretti. Dopo l’acquisizione, nel luglio 2022, della RADA Electronic Industries, la nuova società – DRS RADA Technologies – conta 248 dipendenti in tre sedi: Netanya, Beit She’an e Beer Sheva. È qui che sono stati sviluppati sistemi come l’Iron Fist, montato sui veicoli corazzati Eitan, anch’essi impiegati nelle operazioni militari contro Gaza.
Alla lista si aggiungono altri contratti milionari:30 aerei da addestramento M-346 “Lavi”, consegnati tra il 2014 e il 2016 per un valore di circa 2 miliardi di dollari;7 elicotteri AW119Kx destinati all’addestramento dell’aeronautica israeliana, per un totale di 157 milioni di dollari; rimorchi per carri armati pesanti, forniti dalla controllata DRS Sustainment Systems, con un contratto da 15,4 milioni di dollari approvato nel dicembre 2023, nel pieno dell’escalation del conflitto.
“Questa è l’economia del genocidio”
Davanti ai cancelli di Ronchi dei Legionari, le parole di Francesco Piras, membro dell’associazione Casa Giovani del Sole, hanno condensato l’indignazione dei presenti:
“Questa è l’economia del genocidio che muove il nostro Paese, il sistema produttivo di cui dovrebbe compiacersi una dittatura sanguinaria, non certo una Repubblica che nella sua Costituzione ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Un passaggio accolto da un lungo applauso e che ha rappresentato uno dei momenti più intensi della protesta.
“Boicottiamo le banche che finanziano le armi”. Piras ha poi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che la lotta non si esaurisce con la piazza:
“Non basta scendere in piazza: serve colpire al cuore l’economia della guerra. Boicottiamo le banche che finanziano le armi. Togliamo i soldi a chi specula sul sangue. Rendiamo la coerenza la nostra arma più potente”.
Parole che hanno dato un respiro più ampio alla manifestazione, trasformando la denuncia in una chiamata alla responsabilità quotidiana.
Nella conclusione del suo intervento, Piras ha richiamato la dimensione personale e collettiva del cambiamento:
“Il genocidio a Gaza e le guerre nel mondo ci gridano che ogni gesto conta. Ma sappiamo anche che il cambiamento parte da dentro: crescere come persone, scoprire i nostri talenti e offrirli al mondo è il modo più radicale per costruire pace. Oggi scegliamo la vita. E da qui si accenderà un futuro che nessun potere, nessun denaro e nessuna menzogna potranno fermare”.
La giornata di Ronchi ha messo a nudo la più grande contraddizione italiana: un Paese che a parole si proclama costruttore di pace, ma nei fatti si arricchisce con la produzione di sistemi bellici impiegati in guerre e massacri.
La protesta ha ricordato che non è solo questione di industria, ma di scelte politiche e civili. Ed è da quelle scelte che dipende se l’Italia sarà complice della barbarie o capace di liberarsi da un’economia di morte.
14 Settembre 2025


15 Set 2025
Posted by Iskra
