In poche righe l’articolo sottostante svela i segreti motivi delle paure dei capitalisti per il comunismo: innovazione, coordinamento, ecologia, apertura e beneficio condiviso… E la Cina è un fulgido esempio di tutto ciò. Un paese da ammirare per la serietà, il progresso e la condivisione della ricchezza prodotta. iskrae
Con 105 anni d’esistenza e circa 100 milioni di militanti, il Partito Comunista della Cina (PCCH) è l’organizzazione politica più numerosa nel mondo.
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PeCHINO, China.– Con 105 anni d’esistenza e circa 100 milioni di militanti, il Partito Comunista della Cina (PCCH) è l’organizzazione politica più numerosa nel mondo.
Non esiste una relazione causale diretta tra le due cifre ma, senza dubbio, sembra inevitabile astenersi a un’elementare conclusione matematica.
Se la crescita dell’affiliazione fosse stata uniforme nel tempo, il saldo non sarebbe meno impressionate: circa un milione di nuovi membri si sarebbero sommati ogni anno al PCCH.
In una conversazione con Granma, il professore dell’Università degli Studi Stranieri di Pechino, doctor Chang Fuliang, aiuta a comprendere come le convulse condizioni che seguirono alla fondazione del PCCH, accelerarono l’identificazione delle grandi masse del paese con le proposte che risultavano dell’influenza diretta del marxismo come base ideologica, e della sovietica Rivoluzione d’Ottobre come esempio concreto d’emancipazione socialista; poi, con una relativa rapidità, presero la loro rotta nell’interpretazione di quegli ideali e il corrispondente adattamento alle condizioni nazionali.
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«Il Partito Comunista della Cina nacque nel mezzo di una situazione tragica», ha dichiarato il professor Chang, menzionando la combinazione di fattori che risultò dal collasso della dinastia Qing, dal deterioramento o corruzione del potere nazionalista, così come dalle invasioni delle potenze straniere.
«I colonizzatori europei continuavano l’occupazione e l’appropriazione dell’oro cinese, oltre al saccheggio di un’enorme quantità di risorse e di reliquie culturali», ha precisato.
«Poco dopo la nascita del Partito, ha poi sostenuto, i giapponesi provocarono un’aggressione diretta alla Cina aprendo un nuovo fronte di combattimento che, lontano dal debilitare la nuova forza politica, la rinforzò e anche se il sacrificio in vite fu molto alto, dimostrò il suo successo nella conduzione della guerra per la difesa della sovranità nazionale con le classi popolari come protagoniste».
Il professore assicura che fu così che più operai e più contadini s’incorporarono lentamente al Partido sino a trasformarlo nella forza motrice leader di una nuova rivoluzione che, nel 1949, al termina di un’ultima crociata contro il governo reazionario del Kuomintang, avvenne la proclamazione della Repubblica Popolare della Cina,condotta dal leader Mao Zedong.
UNA SOLA NAZIoNE
Per una nazione geograficamente estesa, di così grande popolazione e anche multietnica (55), sostenere l’unità monolitica come paese è stata una sfida colossale per il Partito Comunista, e nello stesso tempo ha scatenato altre sfide.
In quelle condizioni, il professor Chang coincide che preservare l’unità nazionale ha domandato grandi sforzi dell’organizzazione leader, e che, per ottenerlo con esito, ha implementato varie politiche.
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Una di queste è difendere la solidarietà tra le diverse etnie, con base nell’uguaglianza e la cooperazione, impiantando nello stesso tempo l’autonomia etnica regionale e fomentare, dal Governo centrale, l’aiuto allo sviluppo di queste regioni abitate da gruppi etnici minoritari.
Più di tutto, però, insiste, è stato uno strumento chiave la straordinaria capacità del
PCCH, per rivoluzionarsi in se stesso e adattarsi rapidamente ai nuovi tempi.
Come esempio, il professore segnala il processo di riforma e apertura all’estero, che la Cina iniziò nel 1978, e che fu il suo punto di partenza per il rafforzamento dell’economia nazionale, la sua crescita imponente e il suo nuovo posizionamento nel concerto internazionale.
Ma questa capacità di rivoluzionarsi, ha chiarito, non ha solo un’espressione al di fuori delle frontiere nazionali, ma come Partito d’avanguardia, esiste una corrispondenza verso l’interno dell’organizzazione, che propizia l’esame periodico —critico e autocritico—
dell’esemplarità nella condotta dei suoi militanti e dirigenti, con il fine di «preservare la rettitudine, la pulizia e il vigore nella marcia del cammino socialista».
NELL’ ESEMPLARE, LA GUIDA
A 105 anni dalla sua fondazione, di questi 76 comandando tutta la rotta di quello che è stata la Repubblica Popolare della Cina, il PCCH ha consolidato una guida senza precedenti, le cui evidenze si possono riconoscere nell’attualità di un progresso galoppante del paese, tanto economico come sociale, accompagnato da un’autorità politica globale che, di passo, annulla la preconizzata unipolarità mondiale che le potenze occidentali si affrettarono a coniare como irreversibile.
Xu Shicheng, accademico delI’Istituto dell’America Latina, membro dell’Accademia delle Scienze Sociali della Cina, apporta come mostra più eloquente l’ultimo periodo trascorso dal 2012, quando, con il xviii Congresso del PCCH e l’elezione di Xi Jinping come segretario generale, il Partito schiacciò a fondo l’acceleratore delle trasformazioni per avanzare, più rapidamente e con risultati esponenzialmente superiori, nel cammino di quello che continua a chiamarsi il sogno cinese della rivitalizzazione.
Nell’insistenza di sviluppare il socialismo con caratteristiche cinesi, il professore spiega che sono state tracciate due mete.
La prima: costruire una società moderatamente benestante. Prevista per essere realizzata in occasione del centenario del PCCH, nel 2021, e che si dichiarò realizzata.
La seconda: fare della Cina un paese socialista prospero, forte, democratico, avanzato culturalmente, bello e armonioso.
Concepito per essere realizzata nel 2049, a cento anni dalla proclamazione della Repubblica Popolare, quello che, tradotto letteralmente, sembra basico, implica un grado superiore di sviluppo in tutti questi aspetti, paragonato con livelli attuali, che sono già in se stessi altissimi standards.
Questo ritmo di sviluppo —che il pensiero di Xi Jinping raggruppa in cinque principali concetti: innovazione, coordinamento, ecologia, apertura e beneficio condiviso— va strettamente legato a una auto-rivoluzione dentro al Partito, riorientata alla disciplina militante, l’esemplarità sociale e il ferreo combattimento alla corruzione, in modo che i grandi salti immediati della nazione verso un progresso tuttavia maggiore, continuino ad essere conseguenza della guida, del prestigio, dell’autorità e dell’organizzazione politica.
Le strategie per portare i suoi propositi a vie di fatto hanno nome e cognome: il xv Piano Quinquennale di Sviluppo fissa tutti i modelli di quello che è in corso; intanto in politica estera quattro iniziative globali (Sviluppo, Sicurezza, Civilità e Governanza) definiscono
la scommessa cinese per la costruzione di un nuovo ordine internazionale, nel quale conti il detto Sud Globale e l’orizzonte sia dominato da parole molto distinte: pace, sviluppo, cooperazione e benefici condivisi.
La Cina che è oggi e quella alla quale il suo popolo e il suo Governo aspirano, è quella che difende e continua a costruire il suo Partito Comunista. (GM/ Granma Int.)


15 Lug 2026
Posted by Iskra

