Testo inviatoci da Angelo Ruggeri
Confermando di essere “fascismo storico” (in sedicesimo), propone la stessa legge elettorale fascista del 1923, più sbarramenti e nome del “premier sulla scheda; disegno eversivo al pari della P2 che l’ha anticipato, per passare dal governo parlamentare al mussoliniano governo del Capo contro la collegialità dell’esecutivo
COME SI DECAPITA L’OPPOSIZIONE SPECIE QUELLA SOCIALE DI MASSA MANIFESTATASI CON il NO DEL POPOLO NELL’ULTIMO REFERENDUM COSTITUZIONALE e l’opposizione alla falsa ‘automazione del lavoro e nuove tecnologie Nucleare e I.A., che verticalizzano i poteri di controllo e il comando dall’alto in linea con la “riduzione della complessità” – cioè della democrazia tout court – della Trilateral; in continuità con le dinamiche storiche del capitalismo industriale ampiamente affrontate e analizzate da Marx, in relazione allo sfruttamento dell’Uomo e della Natura, nella misura in cui questa “è il suo stesso corpo inorganico” ( Marx).
Qui solo un anticipo di una parte sintetizzata riguardante la legge elettorale, e la concertazione neocorporativa tra sindacato governo e padroni, tratta da quello che abbiamo titolato: “TEMPI STORICI, TEMPI COSTITUZIONALI TEMPI DELLA NATURA E IL SECOLO LUNGO DEL CAPITALISMO FNANZIARIO: da fine 800 ad oggi”.
Tema lungo e complesso, scelto per collegare e vedere come sono legate tra loro le diverse questioni, dato che l’attentato capitalistico diretto contro la specie prosegue secondo le leggi inesorabili del sistema di accumulazione capitalistica del capitale costante (macchinari) e del profitto, a danno del capitale mobile (i lavoratori) e della Natura corpo inorganico dell’uomo stesso come dice Marx, per cui prosegue il consumo e la distruzione ormai incontrollata della Natura, per realizzare le macchine NUCLEARI (di cui è straordinario l’impegno e il lavoro di Mario Agostinelli che se ne occupa da tempo a lungo) che comporta la verticalizzazione dei poteri (ecco un punto connesso a istituzioni e Costituzione); come e forse ancor più con le SUE GEMELLE: le fantomatiche e c.d. I.A., che ancor più potentemente attuano e si reggono sulla centralizzazione e il controllo del sapere, e centri di poteri che sono rafforzati da tali strumenti che leggono la realtà con le logiche del capitale che le ha impostate, nonché con le logiche della polizia e della militarizzazione al cui servizio vengono posti il Nucleare e le sue gemelle cosiddette I.A.
Sia perché non vanno mai isolate le questioni “istituzionali” ed “elettorali” da quelle “economico-sociali”, ma occorre anzi sottolineare sia la loro stretta interdipendenza, sia la convergente linea anticostituzionale che ciascuna di esse esprime, che si apprestino con leggi di “revisione costituzionale” o con leggi ordinarie e leggi elettorali, e sia soprattutto va individuato lo stretto legame tra la strategia del capitalismo internazionale e nazionale e le manovre istituzionali quindi anche elettorali dei governi, per non aderire apoditticamente alla tesi che l’internazionalizzazione del capitalismo, le nuove tecnologie e l’informatizzazione comporti – come predicano molti -l’ineluttabilità di appiattirsi sulla “società che è cambiata” e “sul capitalismo che è cambiato”. Aderendo ad una sorta di determinismo storico che legittimerebbe aprioristicamente la perdita di valore dell’autonomia sociale e dell’autonomia politica e della lotta di classe, da parte delle forze contrastanti col sistema di potere e delle imprese: tanto allora varrebbe arrendersi ed ammettere, insieme alla supremazia del capitalismo anche quello dei vertici istituzionali dello stato, in nome della rivoluzione industriale e scientifica, con cui si viene a legittimare una costante del potere politico-istituzionale che si ispirerebbe sempre dalla medesima matrice autoritaria, se, comunque, in ogni fase storica, pre-capitalistica o capitalistica, il potere si configura sempre con un impianto verticistico, salvo qualche variante secondaria più o meno presidenzialista della “stanza dei bottoni”.
TERZA REPUBBLICA ISPIRATA DA MIGLIO, GELLI E DA COSSIGA CHE HA AVUTO A VARESE IL SUO FEUDO
Oggi che in nome del presidenzialismo di premierato SI RINCORRE un “rafforzamento” dell’esecutivo come riflesso delle reiterate sollecitazioni del capitalismo ad avere istituzioni strettamente funzionali ai suoi obbiettivi di dominio sulla società, si rende indispensabile richiamare almeno alcuni elementi di una memoria storica, così sopita da indurre le forze politiche a non accorgersi che legge elettorale di questo governo, mutatis mutandis, è la stessa Legge Mussolini del 1923. Non cambiava la Costituzione. Modificava il sistema proporzionale “integrandolo con un premio elettorale in quota fissa”.
La legge Meloni, infatti, introduce il proporzionale “integrandolo con un premio elettorale in quota fissa”. Solo che Mussolini la presentò al RE in regime monarchico e di Statuto Albertino. Mentre la Meloni dovrà presentarla non al RE ma al Presidente della Repubblica parlamentare, in regime di Costituzione democratica e antifascista. Mutatis mutandis, la stessa Legge di Mussolini ma aggravata: dagli sbarramenti e, mutatis mutandis, dal mussoliniano “premierato” del 1925, imponendo sulla scheda elettorale il nome del candidato “premier” della coalizione. Cambiando la Costituzione senza cambiarla e marginalizzando il ruolo del capo dello Stato – cui spetta, per Costituzione, di indicare il capo del governo – con una semplice legge elettorale: con molto meno della metà dei voti, cioè l’8% in meno del 50% dei voti.
Anche in questo non c’è alcuna originalità ma solo un copiare e ricopiare, ma sempre in peggio, da un lato il premio elettorale Mussolini, e dall’altro la Legge Truffa, anch’essa fondata come oggi sull’apparentamento e il patto tra i partiti, che prevedeva però un premio elettorale solo alla coalizione che superava il 50% dei votanti, quando votava il 95% del corpo elettorale.
Insomma, oggi che i partecipanti al voto sono ridotti ormai alla metà del corpo elettorale invece, basterebbe un miserrimo 40-42% dei votanti per avere una maggioranza a prova di opposizione. Confidando nella non troppo recondita prospettiva che, con l’elezione diretta del candidato premier, avendo di già il premierato, un tale premio elettorale possa permettere di puntare sul PRESIDENZIALISMO DEL CAPO DELLO STATO.
Questa legge elettorale ci dice che il Parlamento è una semplice cornice funzionale a sorreggere la stabilità dell’esecutivo, e che l’elezione legislativa serve ad eleggere una maggioranza di governo e il suo “capo”.
Questa legge elettorale ci dice che non eleggiamo un Parlamento istituto di “democrazia diretta” del popolo, che in demo-kratia (governo del popolo) poi governa con la forma di governo parlamentare, come deciso dai “padri” costituenti e confermato dal popolo in ben tre referendum, 2006, 2016, 2026, con il “governo parlamentare” del Parlamento; ma eleggiamo una “maggioranza” di governo e il suo “capo”, destinata a reggere i governi per cinque anni in rappresentanza non degli elettori ma dei vertici, delle segreterie o di un capo di partiti, e che da questa piantagione maggioritaria di piante non senzienti si sviluppa il vertice del sistema politico.
L’invenzione introdotta della legge elettorale fascista del 1923 del premio di maggioranza in quota fissa ha sepolto il fondamento rappresentativo del sistema democratico già cent’anni fa; così come oggi con lo stesso premio elettorale, questo governo sta lavorando per gettare l’ultima palata di terra sopra il Parlamento e la sovranità popolare. Che si chiami premierato o un nuovo surrogato pensato per la prossima legislatura cambia poco.
La democrazia non funziona perché i governi sono stabili per decreto o per legge elettorale, funzionano se e perché i cittadini sono rappresentati: la stabilità è un effetto della buona politica e non un artificio della legge elettorale, che punta a cementare la “governabilità” contro la “democraticità” del sistema sociale e politico.
Mentre in democrazia qualunque legge elettorale ha un principio in comune: l’esito della consultazione elettorale restituisce la rappresentanza dei votanti del popolo sovrano; solo dopo interviene il secondo tempo e il confine è netto il parlamento fa il parlamento e il governo fa il governo secondo il modello di forma di governo parlamentare, elaborato all’Assemblea Costituente e rilegittimato dalla conferma referendaria per ben tre volte dal popolo: nei tre referendum, 2006, 2016, 2026.
Questo principio è stato e viene eroso, anteponendo la stabilità al buon funzionamento delle istituzioni, ritenendo superflui quei passaggi dal primo al secondo tempo, che la democrazia considera essenziali: questo è una delle cause e cuore della crisi del parlamento e della democrazia e della crescita dell’astensionismo: perché nè gli elettori nè i parlamentari possono più svolgere il ruolo che la teoria e la prassi democratica attribuiscono loro.
Questa legge elettorale rappresenta il massimo del fascismo oggi possibile. Non post-fascismo nè neofascismo, ma “fascismo storico” (dado ragione in questo a Montanari). Se cambiano solo le forme – e quelle dell’attuale governo non cambia nemmeno le forme – e non la qualità delle proposte, non per questo possono essere considerate meno autoritarie o meno fasciste, quando in realtà esprimono solo la forma reazionaria più adeguata alle condizioni del momento.
Per questo e anche perché nessuno lo nota, anticipiamo quella che è solo una parte e sintetizzata, riguardante la legge elettorale e la concertazione neocorporativa tra sindacato governo e padroni, anche se a causa delle mie insufficienze e sofferenze fisiche conseguenti alla mia malattia – quello che anticipiamo non è il testo completo e non è stato nè rivisto nè corretto; per cui chiediamo venia ed eventualmente a ognuno di “aggiustarlo” al meglio: perché ora quello che più importa, è il fatto che c’è di più e di molto più grave che non la mancanza delle preferenze diventate specchio per le allodole o il dito a cui si guarda mentre indica la Luna. Stante che si poteva ben sapere come dicevo/dicevamo da almeno due anni – come possono testimoniare vari compagni e amici – che questo governo non solo non aveva abbandonato il premierato, come asserivano vari osservatori, ma che avrebbe seguito lo stesso percorso di Mussolini: prima del presidenzialismo questo governo avrebbe presentato la stessa Legge elettorale di Mussolini del 1923 che poi gli permise di introdurre il premierato nel 1925.
Contrariamente a quanto comunemente si pensa, la legge elettorale così densa di norme sulla disciplina delle modalità di voto, in una sola riga contiene la qualità dello Stato, proprio perché essa riguarda il criterio della rappresentanza: se la rappresentanza è pluralistica – anche quella sindacale che riduttivamente viene troppo spesso “separata” e che è il tema da cui muovono due altre comunicazioni specifiche – allora c’è una vicenda che può dare coerenza ad una forma sociale dello Stato; se invece la rappresentanza è maggioritaria, la socialità di uno Stato viene meno e da ciò deriva la complementarietà del presidenzialismo, con il sistema bipartitico o bipolarista.
E’ evidente, sia a chi la osteggia che a chi la sostiene, che la maggioritaria implica una scelta istituzionalizzata di strumenti di selezione dei gruppi dirigenti che avviene nell’ambito di una medesima “casta” politica, economica e intellettuale di “destra” o di “sinistra”, in cui vivono tutti insieme nel “palazzo”. Implica cioè il ritorno a strumenti di selezione vecchissimi che ci riportano indietro almeno di cent’anni, a prima di quell’anno 1919 durante il quale Gramsci e molti altri salutarono l’introduzione della proporzionale come “un decisivo passo in avanti per estendere la sovranità popolare e per la lotta alla corruzione e al notabilato” alimentate dal sistema maggioritario vigente dall’Unità d’Italia, simboleggiato dal trasformismo di destra e sinistra storica.
Ed è infatti evidente, sia a chi la osteggia che a chi la sostiene, che la maggioritaria implica un ritorno a quello che avveniva quando “destra” e sinistra” si trovavano sulla stessa traiettoria antisociale della legittimazione esclusiva della classe dominante, nell’ottocentesco “parlamentarismo”, oggi sopravvissuto con la presenza in Parlamento di un PD cosiddetto “riformista”, che dal 2008 – tramite il “patto con l’impresa” di Veltroni che si ricongiunge con la predicazione del 1989 di Occhetto circa il valore “dell’impresa come istituzione” – si presenta come “pseudo sinistra” che segna lo spartiacque tra opposizione “sociale” e c.d. opposizione “politica”. Cosiddetta opposizione politica perché hanno cancellato il proporzionale, criterio distintivo tra sistemi “liberali” e sistemi “democratici” che solo nella lotta di classe contro le diseguaglianze garantisce coerenza alla lotta per il “governo” di istituzioni poste al servizio della “sovranità popolare”; e che se viene separata dal sociale allora non esiste e non può esistere alcuna opposizione in Parlamento, in cui con e nel maggioritario, le forze che non fanno parte delle maggioranza sono puramente e semplicemente una “minoranza” che attende e spera di diventare maggioranza nella prossima occasione elettorale, per alternarsi non al “potere” ma al ”governo” come gestione degli “affari”, sempre in nome del primato dell’economia, e quindi del privato e del profitto, sul primato della politica e quindi della democrazia e del pubblico, con gli esisti disastrosi per la sovranità popolare che è sotto gli occhi tutti.
La crisi di regime favorita dai partiti protagonisti – a sinistra come a destra – della cosiddetta “seconda repubblica”, nel cancellare le basi della dialettica democratica ispirata nella cosiddetta “prima repubblica” dalle forze sociali e politiche che fondarono negli anni 1944-47 la Repubblica e la Costituzione, conferma come gli interessi atavici del capitalismo di conservazione degli assetti di potere nella società e nello Stato trovino appigli decisivi nel piegare le “istituzioni politiche” alle esigenze di dominio di gruppi sociali ristretti, contro gli interessi generali della società, pur di impedire l’avvento del movimento operaio alla direzione dello Stato.
Il mistificatorio gioco di scambio occultato dagli astrusi modelli di legge elettorale – il “tedesco”, lo “spagnolo”, il “francese” oltre alle spregiudicate formule di “mattarellum”, “vassallum”, “porcellum”, “rosatellum” e ora “melonellum” coniate da giornalisti e politologi irridenti la democrazia – sancisce con la netta separazione del “palazzo” dal “Paese”, l’imporsi progressivo di quel ritmo di “stop and go” con cui negli ultimi trent’anni si è congiurato – in forme di “ingegneria istituzionale” combinate con attentati e tentativi di “colpo di Stato” – per spezzare la dialettica tra principi di democrazia formale e di democrazia sostanziale su cui è stata impostata la Repubblica fondata “sul lavoro” contro il primato dell’impresa.
Il capitalismo internazionale non poteva tollerare “l’anomalia” italiana che, per la prima volta nell’esperienza costituzionale dell’Occidente, articolava una rete di rapporti istituzionali collegati con il popolo. Puntando, cioè, a far prevalere l’autonomia delle assemblee elettive contro i canoni del costituzionalismo liberale. Assemblee che, dal territorio al Parlamento e al centro dello Stato, operavano da ponte rispetto alla base sociale, perciò divenuta “sovrana”.
Tale costituzionale rete di rapporti istituzionali collegati al popolo, venuta meno a livello istituzionale – a causa del maggioritario e della scomparsa dei veri partiti politico-sociali – si devono e si possono ripristinare, almeno, mediante i canali sociali e politici, da parte del sindacato e delle minoranza parlamentari; ma soprattutto recuperando e attivando l’unico politico e sociale che abbiamo oggi nel paese, il POLITICO-SOCIALE DI MASSA MANIFESTATOSI COL NO DEL POPOLO NELL’ULTIMO REFERENDUM COSTITUZIONALE: movimenti e forze politico-sociali specialmente giovanili, che nel referendum hanno espresso un NO anche al “leaderismo”. Ad ogni “leaderismo”, di destra e di sinistra, ossia al modo di fare politico tutto centrato su capi e capetti e sulla ricerca del ”leader”, come si sta ancora facendo nel c.d. “campo largo”, con o senza le primarie, ma così sempre sbagliando e vanificando ancora un volta la vittoria del NO come nei casi precedenti e sempre per colpa dei “vertici” incapaci di partire dal basso, dal sociale per ricostruire quella rete di cui sopra, collegata al popolo e alla base sociale, che solo così può diventare ed essere “sovrana”.
In antitesi quindi al tradizionale dominio “autoritario” dei governi e dei loro “esecutivi” che, nella varietà dei modelli governativi si ispirano, nel Continente europeo, al paradigma presidenzialismo britannico del “premierato” e dello statunitense del “presidenzialismo”, e in Italia in particolare all’istituto del mussoliniano premierato introdotto nel 1925, che diede vita al regime di “governo del capo” (cioè del premier), a cui, mutatis mutandis, si ispira il nostro governo attuale, da cui non ci si può liberare se frattanto non si combatte il primato dei vertici al proprio interno, per invece ripartire dalla base, dal sociale che ha dovuto auto organizzarsi per denunciare il genocidio di Gaza e fare propri i principi e i valori dei padri costituenti facendo vincere il NO nel referendum.
Da qui, dalla base sociale del paese può partire una lotta che blocchi la Legge Mussolini, la Legge elettorale che aprirebbe quello “sbrego” alla Costituzione, tanto invocato da Miglio e da Cossiga, e che altro non è che un “colpo di stato” che ora si sta cercando di realizzare nonostante sia Miglio che Cossiga non ci siano più, ma ci sono gli epigoni in sedicesimo del “fascismo storico”.
Quindi oltre all’ideologia, alle coincidenze programmatiche e alle forme del potere, ora abbiamo anche la stessa legge elettorale del fascismo storico, per cui quello attuale non è neofascismo, ma è il “fascismo storico”
Una novità… se di novità si può parlare dato che da oltre tre anni avevamo detto che il governo non aveva affatto rinunciato al premierato, come tanti andavano sostenendo, ma semplicemente aveva deciso di seguire lo stesso percorso (che per debolezza politica e culturale si sono accorti con ritardo) che fece Mussolini (prima la legge elettorale nel ’23, poi il premierato nel 1925) e che quindi, come abbiamo scritto e detto per l’appunto da anni, non avrebbe rinunciato al presidenzialismo ma avrebbe anteposto al premierato una legge elettorale simile a quelle di Mussolini del 1923, e che altro non è che il riflesso delle reiterate sollecitazioni del capitalismo ad avere istituzioni strettamente funzionali ai suoi obbiettivi di dominio sulla società: una legge simile e pari la famigerata legge fascista del 1923, così che ora, oltre all’ideologia e alle forme di potere come il “governo del capo”, abbiamo anche la legge elettorale Mussolini a confermare che la matrice degli attuali fascisti è sempre quella stessa del “fascismo storico”, tabuizzato.
Non aver capito cosa fosse veramente la Lega varesina di Bossi ha contribuito, oggi, a non far capire subito che cosa sia veramente l’attuale fascismo, che ha come sua base il sociale reazionario cone quello leghista, realizzato dapprima a Varese, nei luoghi in cui era insediato il sociale comunista e democratico di massa abbandonato dal PCI e con il confluire del voto operaio dal Pci verso la Lega varesina di Bossi che, di fatto, divenne la “testa di ponte” da cui la lega di Bossi estese progressivamente tale sociale che divenne, progressivamente, un sociale reazionario di massa quale non si vedeva dal tempo del fascismo, con il confluire dello stesso voto operaio lungo tutta la fascia pedemontana del Nord e poi nelle centrali lombardo-venete della Lega: che non per caso sono stati gli unici luoghi in cui ha vinto il SI nell’ultimo referendum costituzionale di questo governo che ora ci riprova, proponendo le stesse istituzioni e la stessa legge elettorale di Mussolini.
Quanto basta per sapere, anche, che abbiamo a che fare con un forte insediamento sociale e reazionario contro il quale occorre riattivare e rilanciare un sociale democratico e antifascista di massa simile, se non ancora nella dimensione, almeno nella ideologia costituzionale che portò alla rivoluzione democratica antifascista, alla Costituzione della Repubblica parlamentare fondata sul lavoro, sulla sovranità popolare e sulle autonomie sociali e istituzionali.
Quanto basta per sapere, quindi, che CONTRO LE ISTITUZIONI E UNA LEGGE ELETTORALE BEN PEGGIORI DI QUELLE DEL 1923, STANTE IL CONTESTO STORICO E LA CRESCITA SOCIALE E CIVILE DELL’ITALIA CHE, ABBATTUTO IL FASCISMO, HA EDIFICATO UN REPUBBLICA E UN SISTEMA IStITUZIONALE-COSTITUZIONALE DEMOCRATICO E ANTIFASCISTA, DEL TUTTO OPPOSTO A QUELLO FASCISTA, DELLA MONARCHIA E DELLO STATUTO ALBERTINO VIGENTI NEL 1923, non basta dire di NO e semplicemente “opporsi”, tanto meno solo a livello parlamentare, ma che è necessario far valere una resistenza popolare e sociale e di massa ad oltranza, in ragione della incostituzionalità di tale legge elettorale, opposizione ad oltranza a livello non solo politico ma anche o soprattutto a livello sociale, come potevano fare i partiti quando erano partiti politico-sociale, che oggi possiamo avere e ritrovare solamente nel movimenti politico sociale di cui sopra. che in opposizione a questo governo reazionario e cresciuto in questi ultimi anni nel Paese e che a ha saputo auto-organizzarsi dal basso, come dovrebbero fare anche le forze politiche del c.d. “campo largo”, invece che cercare continuamente un “leader” a cui affidarsi. Più che della sinistra radicale emarginata (o esclusa) in Parlamento e divisa in micro-correnti, si sente la mancanza e quindi la necessità di una lotta culturale. Anziché sorprendersi dei successi prima del “leghismo” e poi del fascismo, occorre ripristinare l’organizzazione sociale e democratica di massa
Quel che si è cercato in tutti i modi di nascondere anche nel mondo culturale e politico cosiddetto di sinistra, per giungere all’attuale stato di confusione nell’assurda prospettiva di poter ritrovarci di fronte ad altre leggi costituzionali per il presidenzialismo – modello del premierato del federalismo pluriverticista già in atto nelle Regioni – è quel dato di conoscenza molto semplice a illustrarsi per un coerente uso di massa della cultura istituzionale connessa alla cultura sociale, e cioè che solo due sono i sistemi elettorali che si fronteggiano organicamente.
L’uno per avallare in sede di elezioni parlamentari il predominio del “governo”, e l’altro per aprire alla centralità del “parlamento” la praticabilità della sovranità popolare.
Il primo, storicamente affermatosi a suggello del potere del “premier” inglese nonché del “presidente” Usa; e il secondo affermatosi tra tante preclusioni in alcuni paesi dell’Europa continentale e particolarmente in Italia dopo il 1945 per la caduta del fascismo e della monarchia.
Senza pregiudizi ideologici e senza ricorrere alle astruserie di tipo “matematico-statistico” per inventare leggi elettorali manipolatorie a favore dei gruppi di potere nelle imprese e nei partiti, ci vorrebbe poco per precisare che nei prototipi del governo dall’alto il nesso governo-parlamento è improntato al metodo elettorale “maggioritario uninominale” a un turno (cosiddetto “secco”), e che, in precisa contrapposizione, l’uso del metodo elettorale “proporzionale” cosiddetto “puro” è stato adottato contro il primato della “governabilità” (principio che è la chiave di volta degli interessi alla stabilità del capitale) in nome del primato della “rappresentatività”, cioè della garanzia che tutti gli “interessi sociali” entrino a pieno titolo nella dialettica politica “parlamentare”.
Porcellum, mattarellum, vassallum, rostellum, melonellum, ecc. Tra latino maccheronico e confusione si nasconde che sono due i sistemi elettorali che si fronteggiano organicamente: uno che avvalla il predominino del governo, l’altro che apre alla centralità del parlamento e alla sovranità popolare.
Quindi si deve stare bene attenti quando si parla volutamente in modo confuso di metodo proporzionale. In quanto al di fuori della proporzionale “senza correttivi” sono tutte manipolazione che vengono escogitate per deformare la rappresentatività sociale ed escludere le forze che collidono con il sistema capitalistico, con la cancellazione automatica dei loro voti (sbarramento) per far prevalere la governabilità sulla democraticità e sulla rappresentatività, e tagliando fuori la classe operaia con il ritorno alle forme politiche di una rappresentanza non più anche sociale e di classe ma solo di “ceto politico”, che si divide solo per la gestione delle “spoglie del potere”, avendo preventivamente tutti optato – come quotidianamente tutti ribadiscono – per i valori del mercato, in sintonia con i potentati economico-finanziari. Per cui la stessa presenza in parlamento di quelle forze che si simboleggiano nemmeno più come opposizione ma come “minoranze”, per occultare la loro qualità di soggetti che, nel maggioritario, dovrebbero interpretare i bisogni dei ceti più deboli e per addebitare demagogicamente alle “minoranze” stesse l’ingovernabilità derivante dalla difficoltà per le forze moderate di dar vita a compromessi duraturi nei sistemi socio-politici nei quali è storicamente in crisi la capacità di comando dei gruppi politici legati agli interessi del capitale privato.
Per questo assistiamo alla rincorsa ad un “rafforzamento dell’esecutivo” insistentemente riproposto in nome del presidenzialismo da parte questo governo che, di fatto, lo ha già praticato in questi suoi quattro anni di governo che, non a caso, con legge costituzionale del governo col presidenziale “premierato”, che non è altro che il riflesso delle reiterate sollecitazioni del capitalismo ad avere istituzioni strettamente funzionali ai suoi obbiettivi di dominio sulla società, per un ritorno pieno alla tradizione con una pedissequa concezione dello stato come strumento di “gestione” degli interessi generali quali risultano dagli obbiettivi strategici del capitalismo internazionale e nazionale.
Ed è tanto vero questo che il capitalismo già una volta nella storia e proprio in Italia, ricorse persino allo stesso totalitarismo fascista pur di sancire l’irrinunciabilità del primato dell’esecutivo, e sancire quella simbiosi tra potere sociale e potere politico che, dall’epoca dello stato assoluto in poi, era riuscito ad imporsi in forza di una teoria dello stato inteso come organizzazione sovrapposta alla società e come tale rendendo, già nello stato liberale, subalterno all’esecutivo il parlamento in quanto luogo di rappresentatività e di agibilità delle forze antagoniste (od anche solo critiche) del sistema socio politico.
Donde che Mussolini, il grande sconfitto delle elezioni col proporzionale del 1919 in cui la lista fascista ottenne l’1,5% , con la genialità e la cultura che lo contraddistingue del tutto dai suoi attuali epigoni in sedicesimo o in gonnella, appena giunto al governo, ben sapendo, appunto, che una legge elettorale con le sue norme e modalità contiene in sé la forma e la qualità dello Stato, per prima cosa fece presentare al Partito Nazionale Fascista (PNF) e poi fece approvare la famigerata legge elettorale maggioritaria del 1923.
La famigerata legge fu approvata nonostante che Mussolini potesse contare su 35 deputati su un totale di 535, e nonostante le divisioni di una Camera in cui la stragrande maggioranza era divisa tra i sostenitori della proporzionale (i partiti di massa – socialisti e popolari), e i nostalgici del collegio uninominale (gruppi liberali), proprio perché al di la di tali divisioni, la legge famigerata fu approvata perché tutti condividevano il tradizionale e abituale autoritarismo liberale e prefascista del primato e dominio del governo e del suo “capo” sul Parlamento: che favorì l’idea imbecille che Mussolini fosse il continuatore del pluridecennale dominio del governo e del suo capo sul Parlamento (che specialmente con Crispi raggiunse il suo apice: come sempre chi si sposta da sinistra a destra rappresenta sempre il peggio).
Per questo la Legge maggioritaria Mussolini passò con l’approvazione anche dei popolari di De Gasperi, dei social-riformisti di Turati e dei liberali, tra i quali si distinsero Croce e specialmente Amendola: Giovanni Amendola, l’avvocato liberale padre del futuro leader comunista Giorgio, che mal gliene incolse, dopo la marcia su Roma, aveva invitato tutti per “carità di patria e senso della responsabilità” a stendere su quel fatto “il velo dell’oblio”, e a “dare al governo (Mussolini) la possibilità di fare tutto quel bene di cui l’Italia ha bisogno”.
Senza nemmeno abolire il Parlamento (come oggi nemmeno gli epigoni del fascismo si propongono di fare, né potrebbero) ma solo aggirandolo, tale Legge fu il primo passo legislativo che avrebbe consentito alle leggi eccezionali del fascismo di essere approvate dal Parlamento a stragrande maggioranza.
Infatti, il meccanismo maggioritario “con premio elettorale in quota fissa”- come quello che ora propone il governo Meloni – nel 1924 permise a Mussolini e al PFN di ottenere la maggioranza assoluta; nel 1925 instaurò l’istituto del premierato, così Mussolini da “presidente del consiglio” divenne “capo del governo”, instaurando il regime del “capo di governo”, che legava a sé sia il potere legislativo del parlamento sia della magistratura; nel 1926, introdusse le fascistissime leggi speciali (abolizione del diritto di sciopero e legale rappresentanza solo dei sindacati fascisti che portò all’accordo di Palazzo Vidoni con la Confindustria; potere all’esecutivo di emanare norme giuridiche tramite decreti legge con esautoramento del Parlamento; Tribunale speciale; elezioni di tipo plebiscitarie dal 1928).
Instaurò il totalitarismo fascista liquidando deputati, senatori e partiti prefascisti operanti come gruppi parlamentari: all’opposto quindi dei partiti fondati sul binomio “partito di massa-classe sociale” operanti dopo la Liberazione secondo il dettato della Costituzione di democrazia sociale.
Anche solo rispetto a questo dato storico si deduce la gravità di riproporre di fatto la stessa legge fascista del 1923, in un contesto del tutto opposto a quello monarchico e liberale dello Statuto Albertino, confermando la natura fascista di chi la ripropone: cioè un governo che forse non casualmente si è insediato il 22 ottobre 2022, a cent’anni esatti dal 22 ottobre 1922 del primo governo Mussolini.
Senza nemmeno sapere l’enorme differenza che corre tra bassissimo livello culturale e politico della attuale compagine di governo che non fa che copiare e ricopiare, rispetto alla compagine di governo e di partito del regime de “capo del governo” di allora: basti ricordare alcuni nomi oltre a Mussolini: a cominciare da Rocco il vero “architetto del regime del “Capo di governo” (ambìto dalla Meloni col “premierato”), al filosofo Gentile, fino a Giuseppe Bottai che fondò la rivista “Critica fascista”, o esterni al governo ma collaboratori geniali come il Beneduce, ecc…
Perché il fascismo è una forma del potere. Per questo, oltre alle coincidenze ideologiche e programmatiche, come abbiamo detto e denunciato ripetutamente in passato, le forme del potere proposte da questo governo coincidono sia con il “premierato” come regime del “Capo del governo” – a cui si punta imponendo il nome del candidato premier sulla scheda elettorale – sia col presidenzialismo della Repubblica di Salò di Mussolini: che ritroviamo entrambe proposte dalla legge elettorale di questo governo, che coincide pienamente col meccanismo maggioritario della legge elettorale di Mussolini del 1923.
La famigerata legge Mussolini del 1923, infatti, non modificava la Costituzione. Modificava il sistema proporzionale in vigore dal 1919, semplicemente integrandolo con un premio di maggioranza in quota fissa (a beneficio del partito più votato). Per dare stabilità al governo come disse Mussolini, definendola “la madre di tutte le riforme”. Che davvero fu la “madre” di tante riforme, compreso il premierato, istituto che è stato introdotto per la prima volta in Italia nel 1925 dal mussolinismo rampante; ed ora è “madre” del premierato inserito nella legge elettorale del governo.
Lo stesso istituto del “Premierato” che il governo, mutatis-mutandis, ha proposto con l’elezione diretta del “capo del governo”, tramite Legge Costituzionale che ha permesso di evitare di portare in Aula il premierato, per seguire lo stesso percorso di Mussolini (che in ritardo hanno capito fosse giusto anche per loro), cioè: prima la legge elettorale maggioritaria come quella di Mussolini, poi, successivamente, il presidenzialismo modello di “premierato”. Intanto già imponendo che sulla scheda elettorale ci sia anche il nome del candidato premier: pur di realizzare in questa fase, che non permette di più, il massimo rafforzamento dell’esecutivo col massimo di presidenzialismo possibile, che significa anche il massimo fascismo oggi possibile, tramite una legge elettorale. Memore, la Meloni, di aver rindondato le stesse parole di Mussolini, quando presentò la Legge costituzionale sul premierato come “la madre di tutte le riforme” e “per dare stabilità al governo”, e come dice ancora adesso per la Legge elettorale”copiata” da quella facista del 1923.
Con l’unica differenza che Mussolini, in regime monarchico, dovette presentarla al Re, mentre Meloni, in regime democratico, deve presentarla al Presidente della Repubblica fondata sul lavoro e sull’antifascismo.
Dovrà presentare al Presidente della Repubblica una legge che, come quella di Mussolini, introduce e integra il proporzionale (sic) “con un premio di maggioranza in quota fissa di seggi” a beneficio della coalizione più votata (invece di un partito). Ma, si badi bene, per ottenere tale premio basta che tale coalizione arrivi ad avere ben meno della metà dei votanti, l’8% in meno dei votanti ossia il 10% in meno del 50% che invece prevedeva persino la “Legge Truffa” del ‘53: quando però andava a votare il 95% degli elettori.
Ora, invece, si dice che basterebbe un miserrimo 40/42 % dei votanti (ormai ridotti alla metà del corpo elettorale) per avere una maggioranza imbattibile a prova di opposizione: pur essendo e rimanendo una minoranza degli elettori e un’infima minoranza del corpo elettorale. Nella prospettiva che la legge elettorale possa propiziare la presentazione di una legge costituzionale del governo per attuare il presidenzialismo modello di premierato, ma ANCHE E SOPRATTUTTO confidando nella non troppo recondita possibilità di puntare sul PRESIDENZIALISMO DEL CAPO DELLO STATO.
Questo sarebbe possibile conferendo, mediante il meccanismo mussoliniano, un premio elettorale in quota fissa ad una minoranza del 42% dei votanti, in un regime elettorale la cui gravità (dell’essere tornati indietro a quando in regime monarchico si votava col sistema maggioritario), è misurabile con il fatto che, a distanza di oltre un secolo e mezzo dagli albori dello Stati moderno, si è venuta determinando una situazione che vede sostanziale equivalenza tra gli effetti del suffragio censitario, che delegittimava dalla titolarità dei diritti politici il proletariato ottocentesco, e gli effetti che in regime di suffragio universale (sinanco esteso alle donne e con un allargamento della fascia d’età prevista per l’esercizio del diritto di voto) conseguono alla progressiva autoesclusione dal voto – con l’astensionismo –, da parte di un elettorato popolare che, escluso dall’arena politico-istituzionale, rifiuta di dare fiducia ad un sistema nel quale i processi di democratizzazione, risultano sviliti da parte dei vertici delle formazioni politiche diventate interpreti di un nuovo tipo di trasformismo. Un trasformismo ravvisabile nel fatto che, comunque, un nucleo ristretto di tali vertici “occupa” un posto di privilegio nel “palazzo”, incurante che la “sconfitta”, in termini reali, sia solo e interamente posta a carico dei gruppi sociali, in nome dei quali solo verbosamente i vertici dichiarano di volerli rappresentare e difendere i loro interessi, partecipando al “gioco” parlamentare. Non è per caso, ma per l’imporsi di un nuovo tipo di lettura della realtà sociale e politica, che nei momenti di più intensa lotta di classe non si sia parlato più di “destra/sinistra” nè di “conservatori” e “progressisti” (come oggi si è tornati a fare, oltretutto con una notevole dose di vergogna se si è sentito il bisogno di coprire tali vetuste espressioni con denominazioni prive di senso socio-politico come “ulivo”, “margherita”, “quercia”, “asinello”, “Italia dei valori”, “campo largo” ecc.) ma di “estrema sinistra“, di “rossi” in antitesi a forze “reazionarie” e “moderate”, proprio per la necessità di riprodurre, in sede di analisi socio-politica-istituzionale, il senso di una dislocazione delle forze contrapposte che diveniva incompatibile con quella nella quale alla lotta per lo Stato – Stato di diritto borghese in nome della libertà economica e della libertà politica della parte aristocratica della società – si è sostituita la lotta per il superamento dello stato di diritto in nome di parole d’ordine del tutto nuove, come “emancipazione” e “democrazia sostanziale”, la cui portata innovatrice è stata tale da avere inciso profondamente sulla stessa struttura e funzione dei partiti della classe operaia, attraverso la nota “querelle” dei rapporti tra socialisti e comunisti.
Basta questo per cogliere quel che di permanente è RIFERIBILE ALLA STRATEGIA UNIVOCA OLTRE CHE UNILATERALE DEL CAPITALISMO INTERNAZIONALE E NAZIONALE, SIA nel fascismo di Mussolini e SIA in quello di cent’anni dopo non può non definirsi anch’esso “fascismo storico”: sì da portare alla luce, nel contempo, l’anticostituzionalità del “rafforzamento dell’esecutivo” e del predominio del governo sul Parlamento.
Perché oltre alle coincidenze ideologiche e programmatiche e delle forme del potere (come il premierato), a segnare le coincidenze di questo governo col “fascismo storico”, ora abbiamo persino la stessa legge elettorale promulgata nel 1923; che se venisse promulgata anche oggi, basterebbe a questo fascismo per realizzare ciò che i Costituenti esclusero, cioè avere di nuovo un “governo del capo” quale quello del ventennio. E basterebbe per realizzare una verticalizzazione del potere e introdurre forme gerarchiche e di comando dall’alto, cambiando con una semplice legge elettorale la Costituzione, nella parte che prevede che sia il capo dello stato ad indicare il presidente del Consiglio dei ministri.
Facendo sì che ogni altro futuro presidente o capo del governo sia “prigioniero” delle stesse concezioni autoritarie, concretizzate tramite una tale legge elettorale che impatta sulla la sovranità popolare e il pluralismo sociale, e volta a ridurre la democrazia nel segno di una “escalation” della strategia di comando dall’alto aperta e lanciata dalla famosa (e tuttavia troppo dimenticata) Trilateral del capitale; che si riflette e trova attuazione mediante anche le nuove tecnologie sia nucleari e che delle c.d. I.A. : dove l’inganno tecno-liberista si fonda sull’idea che l’innovazione e il libero mercato siano neutrali e portatori di benessere universale. Mentre in realtà dietro tale visione si maschera un modello di società estrattiva, di dati e di conoscenza e controllo del sapere umano e del cervello sociale, e dove le risorse naturali, il lavoro umano e i dati personali vengono mercificati e sfruttati per accumulare capitale costante e capitale fisso e accumulazione del profitto privato.
Mascherando, appunto, il ritorno ad una fase di comando dall’alto, che aveva cominciato ad aprirla la Trilateral, che è proprio ciò che i padri costituenti intesero stroncare per sempre, impedendo ogni revanscismo reazionario e anticostituzionale.
Proprio per evitare tale evenienza, non solo respinsero ma bollarono il presidenzialismo in ogni sua forma e variante (presidenzialismo sostenuto in Costituente da Calamandrei e da fuori la Costituente dal MSI sostenitore del presidenzialismo lanciato da Mussolini a Salò), come forma del potere autocratico e autoritario, e concepirono la nostra Costituzione come “rigida”, per impedire che si ritorni di nuovo ad una cultura del “capo” e di “governo del capo” che porrebbe il governo al di sopra del Parlamento.
Poiché però l’Msi non era in Costituente, lo strumento con cui una parte della borghesia ha fatto valere nell’Assemblea la tesi del presidenzialismo, con una presenza pur fortemente minoritaria, è stato la destra del Partito d’Azione. Quindi una tesi che è stata non solo respinta, ma presentata da una corrente di un partito tanto minoritario che si è dissolto proprio nella fase costituente.
Un dato importante questo, anche se va avvertito che le schegge di questo partito sono passate e si sono distribuite in tutte le forze di c.d. democrazia “laica” e anche del movimento operaio e sindacale, e sono stati i primi a battersi contro il regime costituzionale e per le “riforme istituzionali”, tanto che non da oggi possiamo parlare di tentativo di rivincita delle forze battute alla Costituente.
Quindi gli unici a proporre la Repubblica Presidenziale, prima durante e dopo la Costituente, sono stati i fascisti. Mentre nell’Assemblea Costituente, coerentemente con la natura di un governo parlamentare di uno Stato di democrazia sociale, fu respinto il presidenzialismo in ogni sua forma e fu così sanzionato il principio fondamentale di una Repubblica parlamentare senza che alla Costituente vi fossero contrasti, salvo appunto, le pregiudiziali “presidenzialiste” del partito d’azione e di Calamandrei.
Rispetto a cui va in primo luogo tenuto conto che è con la motivazione che potesse aprire la via alla dittatura, che fu respinta ogni ipotesi presidenzialistica e che questa, al di là della qualifica di fascista o meno, era già stata anticipata da Mussolini a Salò.
Sicché è molto indicativo anche il fatto che la Repubblica Presidenziale e il presidenzialismo siano stati considerati dalla fascistica Repubblica di Salò come la risposta più idonea all’organizzazione delle forme autoritarie di uno Stato fascista. Una risposta che è stata poi ripresa e sempre sostenuta dal Movimento Sociale, a dai suoi attuali eredi, in nome della lotta alla “partitocrazia”: un linguaggio che è stato poi copiato anche da sinistra, ma che è sempre stato la bandiera di lotta della cultura moderata e dei fascisti contro il pluralismo sociale e la democrazia della Repubblica parlamentare fondata sul lavoro, conquistata con la guerra di liberazione e la Resistenza.
Mettere a fuoco queste cose è la questione fondamentale che riguarda il punto decisivo di quale forma di Stato sia stata introdotta in Italia e non solo quale forma di governo, come vuole la tradizionale teoria giuridica liberale dello Stato di diritto, donde le logiche delle cosiddette “riforme istituzionali” e del “sistema maggioritario”. Dietro tale questione c’è anche la questione “Monarchia” o “Repubblica”, cioè l’alternativa tra un sistema duale, vale a dire di un Parlamento dipendente dal monarca e dal governo; o un sistema monista che, senza alcuna dualità, trova nel Parlamento l’espressione piena della sovranità popolare, il suo unico riferimento tramite una rappresentanza pluralistica sociale e politica ‘garantita dalla proporzionale’. Perché anche se oggi si usa la parola “frammentazione” per criticare un uso deteriore dell’articolazione pluralistica, nondimeno è importante non dimenticare che il pluralismo ideale e politico sono una forza della società, ed è negativo oltre che pseudo democratico volerne limitare artificiosamente con le tecniche elettorali le capacità di manifestazione.
Forma di Stato vuol dire considerare se lo Stato tiene conto che il cararttere sociale e i rapporti tra le classi siano la condizione dell’organizzazione del potere e, quindi, anche della forma di governo che ne è lo strumento: di questo si è discusso alla Costituente! Costituente eletta con la proporzionale perché doveva fare la democrazia e non disfarla, come si vuole fare oggi anche con la legge elettorale proposta da un governo eletto da una minoranza di voti dei votanti, resa maggioranza parlamentare con la manipolazione maggioritaria dei voti, con metodi da “colpo di stato”: come da quattro anni ogni legge di questo governo è stato realizzato con continue e permanenti “deroghe” alle procedure costituzionali e continui “sbreghi” alla Costituzione. Una manipolazione che reclama un chiarimento sui connotati “sociali” di uno squilibrio che – a ottanta anni dalla nascita della Repubblica fondata sul lavoro – ci ha riportato ad una contraddizione acuta. La stessa che nel secolo XIX, quando non c’era il suffragio universale maschile e femminile, in cui dominava appunto il censo, l’élite sociale e politica della nobiltà e della borghesia. E il capitalismo incipiente era incontrastato per l’assenza dei partiti di massa e tra essi del partito comunista.
Le dinamiche innescate specialmente in Italia dalla democrazia sociale sorretta dai Principi innovatori dell’antifascismo ideologico e militante, hanno potuto dispiegarsi non già in modo meccanico, ma attraverso le aspre lotte sociali e politiche acuite dai tentativi delle forze conservatrici di deviare la democrazia dai suoi binari costituzionali, mediante la manipolazione delle leggi elettorali che, a differenza delle “revisioni costituzionali”, possono essere emanate con la semplice maggioranza delle leggi “ordinarie”.
Perciò, fallito il tentativo di cambiare la forma di governo parlamentare a immagine del sistema britannico con l’obliata “legge truffa” di tipo “maggioritario” e “antiproporzionalistica” del 1953, e bloccato in extremis con il voto referendario del 2006 l’obiettivo di stravolgere forma di Stato e forma di governo con la “revisione costituzionale” del 2005, l’insistito disegno di pervenire alla cosiddetta “seconda repubblica” ispirata dalla loggia massonica P2, è stato costruito con le leggi elettorali “maggioritarie”, ispirate nel 1993 dal “centro-sinistra” dell’Ulivo, e nel 2005 dal “centro-destra” berlusconiano: nel 1993, usando il principio “uninominale”, nel 2005 usando “il premio di maggioranza” manipolativo del metodo proporzionale a immagine della mussoliniana legge del 1923. Per capire come nel 2008 sia potuto avvenire quello che fallì nel 1953, occorre quindi tener presente che negli ultimi vent’anni è andata smarrendosi nelle angustie di un “difensivismo” passivo quell’attiva contrapposizione strategica al neo-capitalismo che caratterizzò le lotte dei comunisti negli anni precedenti la morte di Enrico Berlinguer, sicché l’incostituzionalità della legge elettorale del 2005, cancellando i partiti al di sotto della soglia dell’4 e 8% (Camera e Senato), ha consacrato la decapitazione anzitutto ideologica riassunta nel simbolo della c.d. “sinistra arcobaleno”.
Per uscirne di nuovo, non basta postulare l’esigenza “organizzativistica” di unità delle minoranze parlamentarii, bensì quella di riqualificazione teorica culturale e strategica di una forza politica di massa unificante sulla base di una comune matrice ideologica antiliberista delle sempre più articolate problematiche di una società profondamente trasformata posta a base dell’organizzazione del potere transnazionale e nazionale, non potendosi infatti cancellare i nessi tra XIX, XX e XXI secolo di una storia sociale che non asseconda le “svolte” care al politicismo fomite di “antipolitica”.
Consapevoli che per un’opposizione sociale che sia inconfondibile con il movimentismo “leghista” e con quello fascista vocatrici del “diciannovismo”, occorre se non ancora una forza politica almeno un movimentismo politico e sociale democratico e di massa e del sindacato, che rilanci la cultura volta a contenere e sconfiggere l’ideologia del neo-liberismo, seduttore degli “esclusi” se e in quanto abbandonati al loro destino perché privati delle “certezze” sui fondamenti della lotta.
Più che della sinistra radicale emarginata (o esclusa) in Parlamento e divisa in micro-correnti, si sente la mancanza e quindi la necessità di una lotta contro l’ideologia della borghesia capitalista che per essere una vera lotta deve essere anche teorica e culturale. Anziché sorprendersi dei successi prima del leghismo e poi oggi del fascismo, occorre ripristinare le forme di organizzazione sociale e di classe, democratiche di massa.
Il modello costituzionale, infatti, ha prefigurato una concezione della democrazia come forma di stato volta ad aprire una fase inedita di costruzione di istituti non solo di democrazia politica, ma anche di democrazia sociale ed economica, imperniando le nuove forme dell’organizzazione dello stato su un assetto di rapporti politico-istituzionali tale da superare i limiti della forma di governo propria dello stato liberale e quindi autoritario, dando al parlamento per la prima volta un ruolo non subalterno all’esecutivo, e puntando ad istituire una coerenza tra il pluralismo sociale e istituzionale e l’autonomia delle forze sociali e politiche nei luoghi istituzionali, non solo nel luogo centrale – il parlamento, appunto – ma anche locale, a partire dal comune sino al nuovo istituto regionale. un modo nuovo di rapportarsi ad una concezione del potere in cui gli esecutivi non devono più avere l’esclusiva del potere di iniziativa e di proposta politica. Potere di proposta e di iniziativa che deve essere riconosciuto alla base e alla società e, quanto meno, non solo agli esecutivi che, altrimenti, anziché “esecutivi” diventano direttivi e organi ristretti e “segretati” delle decisioni e del comando.
Il senso opposto a questa direzione di marcia indicata alla società e alla democrazia italiana, in cui muovono maggioritario e le varie forme di “esecutivo forte”, sta proprio nel loro essere fondativi (come il presidenzialismo) del regime di potere basato sull’esclusiva di governo della proposta politica. Proprio contro questo la stessa Costituzione non riconosce l’esclusiva al solo governo, ma al popolo sovrano tramite le assemblee. Questo fatto che legittima e sollecita la creazione di nuovi poteri di iniziativa dal basso, riducendo quello degli esecutivi che, viceversa, debbono solo concorrere – avanzando proposte di emendamento – all’elaborazione di progetti esclusivamente parlamentari e popolari.
Sarebbe questa una chiave di volta del risanamento democratico delle istituzioni, della politica e dei partiti, il cui deprezzamento è conseguenza del fatto che non gli esecutivi ma il Parlamento, da tempo, è stato privato di autonomia effettiva; mentre il popolo (lo si vede anche da come finiscono le leggi di iniziativa popolare) manca in realtà di ogni possibilità di esprimere un potere di proposta – non estemporaneo e “plebiscitario” come quello dei referendum – nonostante che egli sia il sovrano.
In ogni caso, non si può cogliere in senso reale l’essere il fascismo una specifica forma reazionaria del potere, se, per una esigenza interpretativa che non risulti apodittica, non si combatte con rinnovata capacità euristica la c.d. “autonomia del politico” – invece di assumerlo come i Cacciari, i Tronti, gli Asor Rosa, e simili – che metodologicamente assunto impedisce di dare una versione esauriente al rapporto tra ideologia e potere attuato con le forme di governo del fascismo, e di dare maggiore visibilità applicativa alla teoria della “democrazia politica” di cui, però, si è acriticamente acquisita, come carattere implicitamente “paradigmatico”, quella segnata dalle due forme storiche di governo dall’alto – conclamate come “modelli di democrazia” classica – costituite, rispettivamente, dal governo “presidenziale” e dal governo del “premier” degli Usa e della Gran Bretagna: che non a caso sono i due regimi protagonisti determinanti della “guerra dei trent’anni” che dura ancor oggi, dalla caduta dell’Unione sovietica in poi: trent’anni di guerre a cui si è pervenuti piegando la stessa funzionalità degli organismi internazionali, alla volontà dei decisionisti “capi” di tali ordinamenti americani e britannici e a seguire di quelle della UE, come “blocco storico” atlantico, come l’hanno definito i “gruppi gramasciani” del Nord America.
“L’inferno è lastricato di leggi elettorali maggioritarie”
Il fascismo non nasce all’improvviso nè per caso. Serve un lavoro preparatorio, e la storia dimostra che il fascismo o una forza reazionaria non hanno mai avuto bisogno della maggioranza dei voti: gli è sempre bastata avere all’incirca un 40% dei voti. Le forze autoritarie per instaurare un regime non hanno mai avuto bisogno della maggioranza degli elettori ma solo al massimo di un 40% dei votanti, come è il caso di questo governo che col 40% dei votanti rappresenta meno del 15% del corpo elettorale, e della legge elettorale che vorrebbe attuare, con c.d. proporzionale e premio in quota fissa fino al 55% alla coalizione che supera solamente il 42 %, cioè riproponendo un falso proporzionale con premio in quota fissa come la legge elettorale del 1923 che Mussolini definì la madre di tutte le riforme.
Non c’è dubbio che si è pensato al mussoliniano “premio elettorale in quota fissa” al 40% perché è la percentuale raggiunta dalla coalizione che li ha portati al governo grazie alla manipolazione maggioritaria dei voti.
Il fascismo non ha bisogno di avere la maggioranza dei voti. Gli è sempre bastato attestarsi attorno al 40%, questo gli basta, per poi arraffare e occupare con la furia del neofita Enti pubblici e privati, istituzioni culturali, mass media sia privati che pubblici che ormai trasmettono ogni loro discorso in mondo visione multimediale e a rete unificate, e che già ora controllano e gestiscono in modo “militaresco“ per questo già pensano e dicono che vinceranno anche l’eventuale referendum costituzionale. Ma anche occupando apparati ideologici di stato e di impresa ed enti culturali.
Il 40 % dei voti è un numero magico per le forze reazionarie, un numero che torna nella legge elettorale del governo ma che lo dimostra anche il più recente es. della Tatcher che governò per ben dieci anni senza mai superare il 40 % (e cadde solo per faide interne al suo partito).
Al fascismo non è mai servito avere la maggioranza dei voti.
Lo dimostra anche il Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, poi meglio noto come nazista, che aveva avuto alle politiche immediatamente precedenti alla presa del potere il 37,3 % e il 33,1%, che da solo non avrebbe potuto governare. Ma Hitler fu sdoganato dai centristi, convinti di poterlo manovrare; così come Mussolini fu sdoganato dai liberali e poi anche da De Gasperi e Turati; cosi come Berlusconi sdoganò i fascisti – quando i fascisti si dichiaravano fascisti – portando al governo tra gli altri Fini e Meloni.
Lo dimostra il fatto che con soli 35 deputati Mussolini potè diventare capo del primo governo fascista, che fu anche l’ultimo perché non se ne andò più fino al 1943, grazie all’approvazione della Legge maggioritario fascista del 1923, che dava “un premio elettorale in quota fissa”: lo stesso tipo di “premio elettorale in quota fissa”, ovviamente non a un partito ma a una coalizione e non nella stessa dimensione di allora, oggi impossibile.
Naturalmente, tutto questo, è cosa ben più grave di ciò che fece Mussolini: perché copiarlo e plagiarlo oggi, comporta un vero e proprio capovolgimento riguardante ben più che l’avvento al governo di forze reazionarie e fasciste in Italia (o nell’Europa), un riaffermarsi di valori gerarchici contrastanti con quelli della Resistenza antifascista su cui è fondata la democrazia dopo la Liberazione dell’Italia dai fascisti. Con tutto questo, è importante rilevare che anche il meccanismo elettorale “Legge truffa” del ’53, era fondato proprio come oggi sull’apparentamento e il patto tra i partiti. Ciò dimostra che il tentativo di blindare il governo è stato quindi tutto percorso già allora e che quello che oggi chiamano accordo non è altro che l’apparentamento di allora, e che è fallito per la capacità di lotta delle forze di sinistra, oltre che per il concorso di contraddizioni interne allo schieramento conservatore e del centro destra. Per cui non si può nemmeno dire che le coalizioni attuali siano diverse da quelle di allora fondate sul patto tra partiti.
L’idea guida dello stato autoritario in base alla quale il governo e il suo capo debbano essere sopra al Parlamento, è anticostituzionale ma è dominante ancora oggi. Tanto è bastata annunciarla all’inizio di questa legislatura che, per gli effetti reali che il presidenzialismo esercita prima ancora di essere entrato in vigore, la deriva della democrazia italiana è stata bruscamente accelerata dal passaggio dei “pieni poteri” all’attuale governo, ciò che ha reso lo stesso ruolo del Parlamento un strumento di ratifica di decisioni incostituzionali già prese dal governo senza un’opposizione effettiva e sufficiente. Ed è sempre per tale idea autoritaria che in tanti – giornalisti, commentatori ecc. – hanno sostenuto che questo governo non è diverso dai precedenti (pur non esenti da gravi colpe), asserendo che i decreti legge c’erano anche prima di questo governo dell’estrema destra fascista, avendo ormai acquisito come cosa normale il “governar decretando”, ma – per ignoranza in materia istituzionale e del diritto – ignorando che questo governo non solo ha esautorato totalmente il Parlamento, ma ha istaurato un vero e proprio regime del decreto-legislativo, tipica espressione dell’autocrazia, assommando “decreti-legge” e “leggi-delega” con cui il governo pone il Parlamento nelle condizioni di auto-espropriarsi del suo potere legislativo.
Da tempo abbiamo definito questo governo come fascismo tabuizzato, avendo come Mussolini, mutatis mutandis, espropriato totalmente il Parlamento del potere di iniziativa, che quando è in capo al Parlamento è democrazia e quando è posto esclusivamente in capo al governo è autocrazia (per responsabilità, ovviamente, anche dei governi precedenti che hanno fatto da battistrada alla destra estrema e al fascismo). Per cui da oltre 4 anni viviamo in una situazione in cui oramai solo un ristretto gruppo di personaggi dell’alta finanza e delle imprese non solo nazionali prende le decisioni a carico delle masse e dei cittadini, direttamente o indirettamente. Assistiamo al verificarsi di quello che Gramsci individuò nel dominio dell’esecutivo sul Parlamento il nesso tra autoritarismo liberale e totalitarismo fascista.
Nonostante la nostra Costituzione ponga la sovranità popolare e quindi il Parlamento al vertice dell’ordinamento istituzionale italiano, e che parlamento e governo devono partecipare insieme al governo parlamentare – per cui la nostra Costituzione per la prima volta nella storia ha posto il Parlamento sullo stesso piano del governo – ciò nonostante questa legge elettorale ci dice che il Parlamento è una semplice cornice funzionale a sorreggere la stabilità dell’esecutivo, per fare dell’esecutivo di governo una variabile indipendente dalla società in quanto posto anticostituzionalmente al di sopra del Parlamento e quindi al di sopra di tutte le forze rappresentative della società.
Mettendo in forse anche la separazione dei poteri, arrivando a mistificare con tanta grossolanità la cosiddetta teoria della divisione dei poteri così tanto esaltata dallo “stato di diritto”, perché il potere “esecutivo” in verità diventa il potere “dominante” delle istituzioni statali, che è l’obbiettivo del presidenziale premierato. Destinato quindi a sconvolgere gli equilibri costituzionali, cancellando il governo parlamentare e il Parlamento, svuotando il senso del voto dei cittadini e riducendo le elezioni del Parlamento ad una semplice ginnastica, da offrire alle masse considerate “irrazionali” e sciocche che sanno illudersi di qualche programma cartaceo.
In questo modo il governare diventa non più un fatto sociale e politico su cui si esercita il controllo da parte del Parlamento e di tutti coloro che si fanno apparire come “incompetenti”, ma che sarebbero i cittadini sociali portatori degli interessi della collettività e della sovranità popolare.
Il governare diventa un fatto “tecnico”, nel connubio tra potere degli esecutivi e dei vertici di governo e imprese, anche mediante l’esternalizzazione dell’attività di governo e della Pubblica Amministrazione, ora anche alle I.A. nate e finanziate come grande progetto pubblico nel XX secolo e che sono state inesorabilmente privatizzate per procurare enormi guadagni ad una sparuta minoranza che sta al vertice della piramide estrattiva.
Un’esternalizzazione che è stata resa possibile grazie al fatto che in piena fase di craxismo è stata emanata la legge n. 400/88 che – con l’adesione di una sinistra ormai avviata sempre più decisamente a convertirsi alla “modernizzazione” – ha attuato a distanza di ben quarant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, l’articolo 95 sulle attribuzioni della Presidenza del consiglio e l’organizzazione dei ministeri con lo scopo principale di avviare la cosiddetta delegificazione; sicchè un adempimento tanto perseguito da destra, ha trovato il suo sbocco solo quando anche la sinistra ha convenuto sulla necessità di dare preminenza alla “governabilità” sulla “rappresentatività”, preminenza sempre evidenziata, come pre-condizione di uno stato non già democratico ma funzionante, dalla destra sociale e politica.
Ecco come ci troviamo in un anticostituzionale “governo per Agenzie” e “Authority” nel sistema amministrativo italiano nell’ultimo scorcio degli anni 90, che nel segno del maggioritario programmato dal Piano Gelli hanno fatto seguito quella “ristrutturazione” del “centro”di governo nel senso indicato al Punto
n.1 dello stesso Piano P2 di Licio Gelli: un “Governo, che va ristrutturato nell’organizzazione ministeriale …”, con ”un’amministrazione chiamata a farsi carico in misura crescente di funzioni operative, ma volta ad una delegificazione”.
“Agenzie governative” che sono poi state istituite e disciplinate in via generale dal Decreto Legislativo 30 luglio 1999, n. 300 con la cosiddetta riforma Bassanini, che ha riorganizzato l’amministrazione dello Stato, nel senso indicato dal Piano P2. A cui vanno aggiunte e che fanno copia il sistema delle c.d. Autorità, di cui Stefano Rodotà è stato il primo presidente dell’Authority garante per la protezione dei dati personali, nominato dal Governo Prodi. Cioè circa 19 nuovi Enti di garanzia e regolazione.
Emerse alla fine degli anni 90 nel sistema amministrativo italiano, le Agenzie sono figure organizzative autonome, come “riforma” o meglio “controriforma” istituzionale del centro di governo. Il loro più importante tratto distintivo è che, pur se sottoposte ai poteri di indirizzo e di vigilanza di un ministro, godono di un’autonomia per cui è addirittura previsto che concorrano e contribuiscano a determinare indirizzi ed obiettivi nel campo di cui si occupano, insieme al ministro.
Chiamate a farsi carico dell’amministrazione in misura crescente, per effetto della spinta decisiva impressa dal processo di integrazione europea, di funzioni operative o altamente specialistiche. In cui appunto, come dicevamo sopra, il governare non è più un fatto sociale e politico ma “tecnico”. Agenzie istituite e realizzate in combutta co l’Unione europea la cui “governance” è fatta e retta del tutto ed esclusivamente da organismi tecnocratici e burocratici come appunto le Agenzie UE, tipiche del famoso e “Governo per Agenzia” inglese.
Chiamate, dunque, ad aggirare il modello degli uffici ministeriali esclusivamente in nome di una maggiore efficienza: nella tradizionale concezione conservatrice e reazionaria, l’efficienza è propria della forma privatistica ed è intesa come separata dall’efficacia che si ottiene solo mediante le verifiche, i passaggi e i controlli democratici, e non secondo la reazionaria concezione della “tecnica” separata dalla politica e quindi dalla democrazia.
Con questo è facile prevedere l’esistenza di un grande spazio per unire, l’esternalizzazione dello Stato e della P.A a questi apparati, anche e soprattutto alle I.A. Proprio perché i sistemi IA sono un insieme di strutture sociali e politiche del potere dominate, destinate ad incrementare il capitale costante in misura senza precedenti, ma mantenendo gli stessi modi di sfruttamento del capitale mobile (cioè i lavoratori) e della Madre Terra – sventrata e brutalizzata dall’estrazione di minerali – in vigore già nelle manifatture della fine dell’800 e nel 900. Nell’epoca in cui il lavoro era visto sia in relazione alle macchine sia ai compiti sempre più suddivisi in piccole azioni, dal taylorismo e dal fordismo. Le IA sono quanto di meglio possa favorire l’esternalizzazione delle funzioni pubbliche e dello stato (tanto che sono già messe a disposizione delle forze di polizia e delle forze armate), perché sono sistemi nè autonomi nè razionali, nè in grado discernere alcunché senza una fase di formazione e di computazione intensiva, realizzate con, e quindi dipendenti, le strutture politiche e sociali del potere del capitale. Anche perché, per quello che sono oggi e che attualmente, oltre ad essere ben lontane dalle società e dalla società automatizzate prevista da Marx in cui, testimoniando la sua grandezza, dovrà cambiare la teoria del valore, le IA sono fatte e controllate da strutture politiche e sociali, non fosse altro perché richiedono grandi investimenti di capitale; e quindi i modi per vedere una I.A. ottimizzata sono progettati per servire gli interessi dominanti, con l’imprimatur della scienza al servizio del capitalismo.
Così le IA andrebbero ad aggiungersi al potere dominante, che si riassume nel connubio tra potere degli esecutivi di governo e degli enti pubblici nazionali, per cui, viceversa, servirebbe rilanciare la cultura di massa acquisita in occasione della promozione del referendum sul nucleare, dove va ricordato e sottolineato che, diversamente dai referendum in cui si doveva votare per il NO, nel caso del nucleare si doveva vota SI all’abrogazione delle leggi che permettevano la costruzione e il finanziamento degli impianti. Per cui acquista più valore il fatto che si dovesse votare SI e che la vittoria dei SÌ fu schiacciante e che in alcuni quesiti superò l’80% dei votanti, portando alla chiusura delle centrali e all’abbandono del programma elettronucleare italiano. Acquisire e rilanciare la cultura di massa acquisita anche nell’altro e altrettanto storico referendum del 2011, quando gli italiani ribadirono la loro scelta confermando l’abrogazione delle nuove normative che avrebbero permesso la reintroduzione dell’energia atomica in Italia.
Sicché si rende indispensabile richiamare elementi di una memoria storica così sopita da indurre convergenze tra le c.d. forze “progressiste” e “conservatrici”, per valorizzare oltre che i SI di cui sopra, i decennali ripetuti NO a qualsiasi modifica della Costituzione (2006-2016-2026), al fine di acquisire una precisa consapevolezza dei limiti invalicabili di un referendum inteso solo come “contropotere”, come aggiunta estrinseca di uno strumento di democrazia “diretta” alla prevalente democrazia “delegata”, per al fine operare un’ulteriore salto qualitativo, dilatando il potere che è inerente al potere di iniziativa referendaria popolare.
Precisamente, per rovesciare l’idea dominante anche nella cultura democratica e di sinistra – anche di “iper” sinistra – che la direzione dello Stato spetti, comunque, in ogni tipo di Stato e di regime politico-istituzionale, al potere esecutivo. Potere esecutivo che, oltretutto, come stiamo vedendo anche in queste righe, ha escogitato strumenti sempre più sofisticati di governo dall’alto, mediante il trasferimento illegittimo del potere di governo – che è responsabile di fronte al parlamento – ai “consigli di gabinetto” e a “comitati interministeriali” che sono irresponsabili verso il parlamento; mediante l’esclusione del primato della legge con l’espediente della “delegificazione”; e mediante il rafforzamento del primato governativo ormai incontrollatamente scatenato con i decreti legge, consolidando il primato dell’iniziativa legislativa governativa a danno di quella parlamentare.
Iniziativa legislativa del Parlamento occultata anche mediante l’approvazione delle leggi non più prevalentemente in assemblea ma nel chiuso delle commissioni parlamentari. Quindi anche dopo la vittoria dei NO al governo nell’ultimo referendum costituzionale, e anche contro la Legge che è fatta per eleggere, di fatto, direttamente il governo e il suo “capo”, serve batterci mettendo in campo tutto quanto abbiamo detto e fatto durante tali referendum, impostando un organico collegamento tra le iniziative referendarie e lo sviluppo di una nuova teoria del potere, che tolga progressivamente il potere di iniziativa legislativa agli esecutivi, assegnandola al popolo in raccordo e non isolatamente dalle forze politiche rappresentate nelle assemblee elettive locali regionali e parlamentari; liberando a loro volta queste dalla loro attuale subalternità istituzionale.
Come sappiamo marxianamente, non vanno isolate separate ed isolate la struttura e la sovrastruttura, e quindi facciamo sapere che la costituzionale forma di Stato di democrazia sociale viene messa in discussione, cancellata e sostituita da una forma di governo come quella prospettata dalla elettorale Legge Mussolini del governo, e dal piduista ed europeista “Governo per agenzia” .
Considerando che le “Agenzie di governo” hanno piena autonomia nei limiti stabiliti dalla legge (ovviamente) ma, come è stato indicato nel Piano P2, agiscono secondo criteri privatistici, alle spalle e tagliando fuori il Parlamento, e rispondono esclusivamente al ministro di competenza: come nei casi di particolare importanza, di grande impatto e gravide di conseguenze per ilo paese, come nel caso della “Agenzia governativa” del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), che risponde direttamente a Gilberto Pichetto Fratin, che gestisce le attività anche nel campo dell’energia nucleare, concordando e programmando il lavoro per conto o assieme al Ministro.
Come, altro es. nel caso particolarmente importante, delicato e affatto scevro da possibili, pesanti e difficilmente controllabili conseguenze, della “Agenzia industrie difesa”, che gestisce “le attività delle unità produttive e industriali dell’amministrazione della difesa”, che quindi costituisce una specie di vero e proprio kombinat politico-economico-militare che di fatto orienta e gestisce gli indirizzi e la politica militare e degli armamenti, che risponde solo e naturalmente all’attuale Ministro delle Guerra, Crosetto. Tagliando fuori il Parlamento che solo ogni tanto viene al massimo informato e raramente chiamato più che altro, di fatto e semplicemente ad un ruolo di ratifica e per così dire di controllo. Ma in realtà effettivivamente non controllerebbe affatto, perché anche volendo anticostituzionalmente ridurre il Parlamento solo al controllo – teoria copiata da altri paesi dove al vertice istituzionale sta il governo e non il Parlamento – per essere vero il controllo è quello che si esercita e quindi si conosce non alla fine, ma durante ogni sua fase e passaggio del processo di elaborazione di quello che poi sarà il risultato finale. In verità tutti questi strumenti sofisticati, di carattere “ tecnico” e “corporativo”, e le commistione del governo con imprese ed Enti, vari, Authority, e Agenzie governative, ecc. , dimostrano che è falsa rappresentazione che si fa dell’importanza della persona (al posto dei partiti di massa), quando invece sia con l’uninominale sia col maggioritario a favore del presidenzialismo di ogni tipo e del mussoliniano “governo del “capo”, il potere viene ad essere costituito non da “persone”, ma da formazioni corporative e di interesse che sono fuori da ogni controllo e quindi naturalmente portate a connettere gli interessi privati con il proprio ruolo politico e istituzionale.
In un sostanziale “conflitto di interessi”, si mascherano dietro una separazione solo apparente e formale che in realtà legittima e nasconde il connubio tra interessi privati, politica e Stato, elevato a sistema di potere proprio del sistema maggioritario-uninominale. Conflitti di interesse che in Italia, in realtà, solo la magistratura milanese sorretta e garantita dall’attuale Costituzione si era incaricata di perseguire e rivelare, in una certa fase, assurgendo essa si! ad un ruolo antagonistico rispetto al potere di chi sta a capo del governo in quanto capo-corporazione impegnato più direttamente e ai più alti livelli nella politica e nelle istituzioni.
Arrivando, come si è detto, ad un potere “esecutivo” che in verità diventa il potere “dominante” delle istituzioni statali, che è parimenti l’obbiettivo del presidenziale premierato che propone la legge elettorale del governo, destinato a sconvolgere gli equilibri costituzionali, cancellando il Parlamento istituzione di “democrazia diretta” del popolo e sopprimendo il “governo parlamentare” con cui il popolo governa, secondo il principio della “demo-kratia”, cioè “governo del popolo”; il modello di forma di governo elaborato alla Costituente e rilegittimato dal popolo, per ben tre volte negli ultimi trent’anni, dalla conferma referendaria del 2006, del 2016 e del 2026.
UNA LEGGE ELETTORALE PER ELEGGERE NON IL PARLAMENTO MA UN GOVERNO E IL SUO “CAPO”
Alla domanda “a che cosa serve una legge elettorale”, quella del governo ci dice che la sua funzione non è quella di eleggere un’Assemblea di uomini e donne liberi chiamati a rappresentare la società, la nazione e il loro territorio, ma è quella di eleggere una maggioranza di governo destinata a reggere i governi per cinque anni, in rappresentanza non degli elettori ma dei vertici di un “ceto politico”, delle segreterie o di un “capo” di partiti, e che da questa “piantagione” maggioritaria cresce e si sviluppa il vertice del sistema politico, sancendo la netta separazione del “palazzo” dal Paese. Puntando a rendere i cittadini portatori degli interessi della collettività e ad essere sempre meno partecipi anche alle elezioni.
Incredibile ma vero, la Legge elettorale Mussolini che questo governo intende presentare, ci dice che il Parlamento è una semplice cornice funzionale a sorreggere la stabilità dell’esecutivo, e ci prospetta l’idea anticostituzionale e quindi antidemocratica che la legge elettorale non serve ad eleggere i parlamentari che sono i rappresentanti del popolo come avviene in democrazia, ma che l’elezione legislativa serve ad eleggere il governo e anche il suo “capo”.
Con il duplice intento di dissacrare il ruolo del parlamento come istituzione, e di demonizzare le forze che volessero essere protagoniste del tentativo di riportare nell’alveo del modello costituzionale l’azione di un parlamento, che nella modellistica si presenta al centro del sistema istituzionale, ma che senza “centralità reale”, è declassabile, ad organo di ratifica del governo, istituendo, come in passato, una connessione a circuito ristretto e chiuso tra “partiti di governo” ed esecutivo; invece chi invocava la sovranità popolare della “repubblica fondata sul lavoro” e la sua concreta attuazione, trovava nel parlamento il tramite necessario tra i movimenti di massa e lo stato: per quel “farsi stato” della classe operaia che comporta una coerente concezione dello stato, estesa e pervasiva come proiezione della complessità sociale, senza quindi riduzioni e scorciatoie verticistiche. Quanto basta per dire che non è sufficiente dire di no e opporsi solo a livello parlamentare CONTRO ISTITUZIONI E LEGGE ELETTORALE ben PEGGIORI che 1923, STANTE IL CONTESTO STORICO E LA CRESCITA SOCIALE E CIVILE DELL’ITALIA CHE HA ABBATTUTO IL FASCISMO E HA EDIFICATO UNA COSTITUZIONE E REPUBBLICA DEMOCRATICA OPPOSTA ALLA MONARCHICA E ALLO SATUTO ALBERTINO DEL 1923
Esistono modalità diverse per eleggere i parlamenti, ma sono solo due i sistemi elettorali che si fronteggiano organicamente: il maggioritario per dare il predominio al governo, e il proporzionale per rendere centrale il Parlamento. Il principio è comune: l’esito della consultazione elettorale restituisce la rappresentanza dei votanti del popolo sovrano, solo dopo interviene il secondo tempo. Il confine è netto: nel sistema proporzionale il parlamento fa il parlamento e il governo fa il governo secondo il modello di forma di governo parlamentare elaborato all’Assemblea Costituente, completamente originale perché difforme da tutti i modelli di forme di governo adottati in Europa, e che è stato confermato dal voto popolare nei referendum del 2006, del 2016 e del 2026, in cui il popolo e gli elettori hanno dimostrato di pensarla esattamente come i “padri” Costituenti
Questo principio è stato eroso da quando l’invocazione al plebiscitarismo – che è alla base del presidenzialismo ispirato sia da Amato col craxismo, sia del trasversalismo di Segni e degli altri “referendari” che hanno contrastato radicalmente con la Costituzione. Sia perché il principio della “proporzionale” ha portata “costituzionale”, benché non scritto testualmente tra le norme sulle elezioni; sia perché la direzione in cui muovono il maggioritario e le varie forme di “esecutivo forte” sta proprio nel loro essere fondativi (come il presidenzialismo) del regime di potere basato sull’esclusiva di governo della proposta politica. Contro ciò la stessa Costituzione non riconosce l’esclusiva al solo governo, ma al popolo sovrano tramite l’Assemblea parlamentare. Il maggioritario è servito a soccorrere quanti con il sistema proporzionale avrebbero dovuto viceversa impegnarsi nel dirigere lotte in cui oggi certamente non credono più, sollevando persino dubbi sulla genuinità delle loro precedenti posizioni ufficiali.
La storia stessa dimostra che lo strumento per aprire e poi andare avanti nel cammino della democrazia è la proporzionale e non i vecchi sistemi maggioritari, vigenti quando il dominio dei gruppi conservatori e liberali era incontrastato o quasi, e quindi imponevano leggi elettorali più favorevoli ai possidenti e alla borghesia. Non è un caso che la proporzionale, conquistata nel ’19, è stata subito cancellata dal fascismo, dopo il quale si è potuto riaprire e andare avanti sulla strada della democrazia, oltre che per la Costituente, proprio grazie alla proporzionale che e’ stata subito usata nelle primissime elezioni amministrative del marzo- aprile 1946, salvo che per i comuni inferiori ai 5000 mila abitanti (e lo considerammo sempre come un fatto negativo). Fu poi proprio la proporzionale a creare una difficoltà alla DC che, nonostante il 18 aprile, non riuscì ad avere la maggioranza assoluta in entrambe le Camere. A causa di questa difficoltà creata dalla proporzionale ai governi clericali e conservatori, nacque la necessità per il capitalismo e i gruppi raccolti attorno alla DC, di creare un raccordo tra i partiti simile a quello di cui si è parlato e si parla oggi a motivazione del superamento della proporzionale.
L’introduzione del premio di maggioranza seppellisce il fondamento rappresentativo del sistema democratico, portando ad anteporre al buon funzionamento delle istituzioni la stabilità e il dominio del governo sul Parlamento. Ritenendo superflui quei passaggi che la democrazia considera essenziali, cioè prima si elegge il Parlamento, poi il Parlamento elegge il governo: questo è stato e rimane il cuore della crisi della democrazia e della crescita dell’astensionismo, in quanto nè gli elettori nè i parlamentari possono più svolgere il ruolo che la teoria e la prassi democratica attribuiscono loro.
Con tale premio elettorale in quota fissa venne sepolto il fondamento rappresentativo del sistema democratico cent’anni fa, così come oggi con il premio elettorale si sta lavorando per gettare l’ultima palata di terra sopra il Parlamento e la sovranità popolare: che si chiami premierato o un nuovo surrogato pensato per la prossima legislatura cambia poco. Possiamo discutere su quale sistema sia migliore, ma un principio andrebbe difeso senza esitazione: la democrazia non funziona perché i governi sono stabili per decreto o per legge elettorale, funzionano se e perché i cittadini sono rappresentati: la stabilità è un effetto della buona politica e non un artificio della legge elettorale, che punta a cementare la “governabilità” contro la “democraticità” del sistema sociale e politico.
Liberismo economico e dispotismo istituzionale e di stato (che oggi si avvale anche dell’incostituzionale “Governo per Agenzie” e della esternalizzazione alle aziende I.A.) si sa, sono funzionali all’attuazione di misure economiche e sociali e provvedimenti capestro di natura finanziaria favorevoli alle imprese da sempre favorite dal fascismo storico passato e presente, a danno e contro i ceti popolari.
Non solo infatti non vanno isolate le questioni “istituzionali” da quelle economico-sociali, ma occorre sottolineare sia la loro stretta interdipendenza, sia la convergente linea anticostituzionale che ciascuna di esse esprime: cosa che va tempestivamente denunciata, sia che si apprestino con “leggi ordinarie” sia che si orientino verso modifiche con leggi di revisione costituzionale dell’ordinamento delle Repubblica, contro le quali non basta semplicemente “opporsi”, ma è necessario far valere una resistenza ad oltranza, appunto, in ragione della loro incostituzionalità, richiamandosi al popolo che nella lotta di Resistenza antifascista, per la democrazia e la Costituzione ha mostrato la sua grande forza vitale e la sua ampiezza storica sia moralmente, sia politicamente.
Nel registrare – pur nell’odierna confusione – che la sinistra ha palesato storicamente i suoi limiti complessivi privilegiando separatamente volta a volta la fabbrica, o lo stato, come luogo di uno scontro di classe che vede non solo in sede nazionale ma anche in sede sovranazionale il peso delle istituzioni politiche in funzione del dominio del capitale finanziario, non può negarsi che il terreno sul quale il capitalismo riesce sempre a spostare decisivamente il peso dei suoi interessi di dominio economico-sociale è quello dello stato, sia nella fase a lungo durata della sua “esclusiva” sovranità; sia nella fase di superamento di tale “esclusiva”, senza che ciò possa però dare adito alla tesi del c.d. “superamento dello stato”, che rimane punto di forza dello sviluppo sovranazionale del potere, tanto da provocare la ricerca di nuove soggettività di tipo statuale diretto o indiretto, in questo secondo caso tramite ad un “federativismo” che sta contagiando anche il nostro paese sotto le mentite spoglie di rivendicazioni di indipendenza “localistiche”.
E tale spostamento risulta dovuto al fatto che, al di là di letture troppo semplificatrici presentatesi in veste di ortodossia unilaterale nelle istanze di tipo “operaistico”, lo Stato moderno ha svolto un ruolo di sostegno – via via più accentuatosi, e non meno significativo nell’odierna visione pseudo “liberista” – del meccanismo di sviluppo; sia con gli strumenti di regolazione dell’attività produttiva, sia con gli strumenti di regolazione dell’economia pubblica come condizione dell’autonomia dell’impresa e del funzionamento dello stato.
E per quanto ci si sforzi e sia giusto di restituire la prevalenza che merita la critica dell’economia politica per individuare le contraddizioni scatenate dal capitale come condizione di una lotta conseguente da parte del movimento operaio e dei suoi alleati, gravi rimangono i limiti di insufficienza che anche le forze ispirantisi al marxismo, hanno volta a volta denotato su quegli aspetti del potere che – proprio in quanto indubbiamente “sovrastrutturali” – nondimeno hanno rappresentato e rappresentano il terreno emergente di garanzia del potere sociale direttamente espresso dal capitale nei luoghi in cui si organizza la produzione. Sicché è una costante del dibattito intorno allo Stato, la capacità della cultura borghese in tutte le sue versioni – da quelle dichiaratamente reazionarie, come quella di Miglio, a quella pseudodemocratica di Bobbio – di ricondurre anche la sinistra alla falsa immagine secondo cui lo stato “governa” mediante apparati repressivi, come se tale indubbia manifestazione del potere statale-militare-poliziesco, specie a fronte delle nuove tecnologie come quelle del nucleare e delle sue sorelle I.A., non costituisse a sua volta la copertura del rapporto ben più materiale della sezione più importante dello stato stesso, concernente, garanzie e potenziamento del capitale nelle forme del “diritto”. Come se, appunto, il rafforzamento dell’escutivo – inq.
Come se, appunto, il rafforzamento dell’esecutivo – in qualsiasi forma si realizzi una sua prevalenza e dominio sul Parlamento – non serva a coprire solo l’area di potere, non solo a coprire le “tecnostrutture politiche”, ma serve a coprire SOPRATTUTTO le “TECNOSTRUTTURE ECONOMICHE”, come le tecnostrutture tecnologiche del NUCLEARE e di delle I.A., che come tali sono considerate esenti in via di principio da contaminazioni con la democrazia, pur se intesa entro gli angusti limiti della tradizione liberale.
Ed è in tale “diritto” e nella multiformità delle sue manifestazioni concrete – che la dottrina giuridica chiama “fonti” – che il gioco tradizionale di una formazione sociale si avvale delle istituzioni e delle correlative articolazioni di potere (non altro sono le norme giuridiche), come puntualmente risulta in ogni occasione nella quale si sia parlato e si parli di “riforme istituzionali”, poiché tutto quello che si riferisce alla scelta per la legge “uninominale” invece della “proporzionale” è base di partenza per fissare una forma di governo contraria al pluralismo sociale e perciò politico, edificabile con sistemi di tipo “presidenzialista” o equivalenti – come il premierato : a loro volta con l’obbiettivo reale di pervenire a emanare norme che siano il più possibile di rango diverso – cioè inferiore – a quello della legge, che è l’obbiettivo principale di questa legge elettorale maggioritaria con “premio elettorale in quota fissa” come quella fascista del 1923, PROPRIO E SOPRATTUTTO per esautorare definitivamente l’assemblea parlamentare, come fece il “fascismo storico” col Parlamento, che non è stato nemmeno necessario eliminare. Infatti dal 1925 al 1939, per la forza antidemocratica della cultura del “capo”e del “plebiscitarismo”, si è lasciata in vita l’assemblea parlamentare per l’importanza che ha il “consenso” nella società di massa – che noi sappiamo che non é democrazia il consenso – ma solo in quanto tali assemblee parlamentari – cioè il parlamento – siano null’altro che il coro del sistema e siano ben lungi dall’esprimere potere; per cui, a questo punto, si può ben dire che questo governo è pari al “fascismo storico” .
Oltre alle coincidenze ideologiche e programmatiche, e oltre a una uguale legge elettorale, si punta al ribadito “rafforzamento dell’esecutivo” che con il fascismo storico – appunto – raggiunse il suo acme, cosi come oggi il fascismo storico, col presidenzialismo di premierato raggiungerebbe il suo apice; smascherando la falsa democraticità dei sistemi “liberali” dei quali viene predicata la stabilità e l’efficienza proprio perché un solo partito è al governo e domina l’assemblea e l’altro partito (quello escluso dal governo) deve rigorosamente essere escluso dal potere di indirizzo politico, relegato ad una secondaria funzione di controllo e ratifica delle decisioni del governo in nome di valori condivisi tra i partiti “di sistema”.
E infatti, pensate, udite udite, persino Bobbio ha sottolineato come non ci sia parlamento che più di quello inglese sembri “sminuito e avvilito” per quel che concerne la più importante delle funzioni dello stato che è quello di “fare le leggi”, in quanto “in forma ancor più importante che in altri paesi” è avvenuto uno slittamento di potere dal parlamento verso il governo sia per quanto riguarda l’iniziativa legislativa “che appartiene ormai quasi esclusivamente, almeno di fatto, al governo” – “si che secondo l’opinione comune non è più il parlamento che legifera in Inghilterra ma il governo con il parere ed il consenso del parlamento (come in Italia in questi 4 anni di governo fascista), sia per quello che riguarda l’aumento sempre più accelerato della legislazione delegata”: ciò che, se ben si considera, fa venire subito alla mente il fatto che per generale consenso il parlamento europeo manifesta senza obiezioni di fondo quello che si definisce addirittura come “deficit democratico” senza turbamento alcuno dei “progressisti” !
Nè ci sarebbe da sorprendersi di tale riflessione, se si tiene presente nel contempo che per Bobbio il sistema presidenziale americano (stante il regime di “separazione” con il Congresso) ha come sua caratteristica che “attraverso il declino del parlamento” esso “diventa sempre più presidenziale”: ciò che in definitiva è naturale perché “anche di fronte all’opinione pubblica “il congresso non è l’asso di briscola: l’asso di briscola è e diventa sempre più il presidente come terzo potere” al di sopra del legislativo e dello stesso esecutivo: come meritoriamente sta dimostrarlo Trump, che esercita appunto quel potere che quando declina il parlamento diventa sempre più presidenziale.
Quel che si rileva è che la questione dello Stato non viene affrontata nella sua reale dimensione da una cultura che a questo punto si configura come “fascismo storico” nel momento in cui recupera, entro una logica tradizionale di potere “ritenuto” ai vertici (nonostante i passaggi dallo stato assoluto allo stato moderno, nelle sembianze del vecchio stato liberale, tuttora legittimato nei sistemi inglese e degli Usa) il fatto macroscopico dell’estensione dei poteri dello stato al campo degli interessi economici e sociali, sicchè l’ampliarsi conseguente del campo della “tecnica” rispetto a quello della “politica” – peraltro intrecciate tra loro – viene usato per rilegittimare il primato dell’esecutivo, pur di contenere e concretamente rendere contestabile l’aspirazione dei soggetti “deboli” a far valere in modo organizzato – cioè con leggi di tipo nuovo – quegli interessi che i principi costituzionali rimettono alla disciplina legislativa in nome della cosiddetta “riserva di legge”
La legge elettorale Mussolini del governo Meloni – stante la forza antidemocratica che acquisisce un governo col suo “capo” eletto in forma “diretta” tramite il suo nome sancito sulla scheda elettorale – porta a legare anticostituzionalmente al suo nome la stessa sopravvivenza o meno del Parlamento e della legislatura, e ad abrogare, con una semplice legge elettorale, la parte della Costituzione che attribuisce al capo dello stato il compito di proporre il nome del capo del governo.
E predispone tramite il premio elettorale in quota fissa una maggioranza che permetterebbe di indire nuove elezioni, per un’elezione diretta del presidenzialismo del capo del governo, con una legge costituzionale del governo come quella proposta all’inizio di questa legislatura. Ma ANCHE E SOPRATTUTTO confidando nell’affatto recondita possibilità di puntare sul PRESIDENZIALISMO DEL CAPO DELLO STATO.
Ad ogni buon conto, memore di averla presentata ridondando le stesse parole di Mussolini, l’attuale “capo” del governo intende cauterizzarsi imponendo il nome del candidato “premier” sulle schede elettorali, che è già, per l’appunto, il presidenziale premierato, che nelle condizioni attuali e a fronte della vigente Costituzione democratica e Repubblica parlamentare e antifascista, tale legge elettorale rappresenta il massimo del fascismo oggi possibile.
E sottolineiamo che quando parliamo di fascismo non ci riferiamo nè al post fascismo nè al neofascismo ma al “fascismo storico”.
Non si può infatti considerare una proposta più o meno autoritaria o fascista in sé, ma occorre valutarla se questa, in base al grado di crescita e di sviluppo civile-democratico, sociale e Costituzionale-istituzionale raggiunto, esprime il massimo dell’autoritarismo o di fascismo possibile in tali condizioni. Data la diversità di condizioni, le leggi elettorali e le proposte istituzionali autoritarie avanzate negli anni ’50 e con la “Legge truffa” erano peggiori di quelle degli anni ’20; così come oggi quelle dell’attuale governo sono peggiori sia di quelle degli anni 50 e ancor di più, molto peggiori di quelle degli anni ’20, di cui si propone pari pari la stessa legge elettorale di Mussolini.
Se cambiano solo le forme – e quelle dell’attuale governo non cambia nemmeno le forme – e non la qualità delle proposte autoritarie, non per questo possono essere considerate meno autoritarie quando in realtà esprimono solo una forma reazionaria più adeguata alle condizioni del momento.
Anche le forme di dominio del fascismo non possono essere percepite come tali solo se e quando riproducono manganelli, olio di ricino e la soppressione totale delle libertà politiche come negli anni ’20. In epoche diverse, possono essere paragonate tout court al fascismo, alla luce di cosa rappresentano nel quadro di un’epoca come la nostra in cui certo non è pensabile di riproporre delle monarchie assolute, nè fare marce su Roma per riproporre le forme di un fascismo squadrista come quello realizzato in u’ epoca totalmente diversa. In un’epoca come questa, dato che il fascismo è una forma del potere, ciò che conta è la INVARIANZA DELLE FORME DEL POTERE e l’invarianza delle leggi elettorali di questo governo e quelle di cento anni fa.
Anche perché “fascismo storico” è calzante con quello che abbiamo denunciato come “fascismo” tabuizzato, solo perché su di esso continua a pesare il ricordo storico, per cui anche se ci sono coincidenze ideologiche e programmatiche tra il fascismo storico e l’attuale destra estrema al governo in Italia. Ricordo storico del fascismo che pesa o perché non si è studiato a fondo cosa è stato il fascismo, dove c’erano bastoni, olio di ricino, violenza di vario genere, per cui c’è chi ritiene che quello di oggi non può essere paragonato a quello; o soprattutto perché, a mio avviso, si ha, come riferimento il filosofico pensiero negativo tedesco, imperniato da un lato sulle posizioni di Heidegger e dall’altro sulle concezioni decisioniste e autoritarie del potere e dello Stato di Carl Schmitt (per inciso, basti dire che la pubblicazione dei suoi libri è stata curata da Gianfranco Miglio), come è nel caso di Cacciari (tanto invadente in TV per cui vale come esempio),
Se davvero non si riuscisse a bloccare un’iniziativa di tale fatta, di questo primo governo neofascista, si opererebbe una “rottura” costituzionale ben più grave di quella operata dal fascismo di Mussolini rispetto alla costituzione allora vigente e di quella tentata con la famosa legge “truffa” del 1953 e delle leggi elettorali maggioritarie di questi trent’anni dominati dal protagonismo della varesina Lega di Bossi, vero cemento ideologico e sociale del centro destra e di tutta e tutte le destre, protagonista assoluta prima e dopo gli anni 90 dei trenta anni di una fase di tipo “prefascista”: sfociata fatalmente nell’ascesa al governo dei neofascisti che mai e poi mai avrebbero potuto crescere ed arrivarvi se non ci fosse stata la Lega varesina di Bossi che ha operato una svolta reazionaria politica e sociale del paese e realizzato un sociale reazionario di massa quale non si vedeva dal tempo del fascismo e che mai i neofascisti sono riusciti a realizzare. Da “Giorgio a Giorgia” come ha postato la Meloni richiamandosi al conclamato neofascismo di Giorgio Almirante, cioè dall’MSI ad “Alleanza Nazionale-MSI-fiamma tricolore” di Fini e Meloni, ai neofascisti che per l’attitudine a “copiare” da chiunque, hanno copiato pursino il loro nome dall’Inno d’Italia, avvolgendo sotto mentite spoglie il loro “Partito di Dio Patria e Famiglia” (PDPF).
Si opererebbe una «rottura» costituzionale più grave di quella operata dalla famosa legge «truffa» del 1953, perché in questo caso si vorrebbe introdurre con una semplice legge elettorale, una deroga nell’ordinamento giuridico e istituzionale, e come tale inammissibile, perché illegittimamente “sostitutiva” delle norme stesse stabilite nella carta emanata dalla Costituente e riguardanti sia la forma di governo parlamentare sia la forma di Stato di democrazia sociale.
Con una legge elettorale si punta indebitamente e si arriverebbe a rendere implicitamente superata l’intera “prima parte” della Costituzione – quella dei “diritti sociali” – come nei sistemi di governo prefabbricati proprio per ostacolare la trasformazione dei rapporti sociali. Ma ora, con metodi da “colpo di stato” – come quello francese attuato e istituzionalizzato da De Gaulle, appunto come “deroga” alle procedure costituzionali – si punta ancor più organicamente a cancellare l’intero disegno della nostra forma di stato e di governo, approfittando anche della naturale maggiore attenzione popolare ai provvedimenti capestro di natura finanziaria, tanto più polarizzata sulla situazione sociale, quanto più si sta nel contempo manovrando obliquamente sulle “riforme istituzionali”, da cui le classi popolari subirebbero effetti devastanti.
Poniamoci la domanda se si possano allora organizzare delle iniziative che siano capaci di bloccare effettivamente il golpismo strisciante in atto? Per rispondere effettivamente e non solo a parole – come fa chi si limita a rivendicare come insostituibile la Costituzione del ’48 e a dire che è la più bella, ma poi si acconcia alle “riforme istituzionali” – al golpismo strisciante in atto in questi giorni, occorre riprendere quella linea di attacco strategico che, in nome della Costituzione, si è sviluppata fino al ’75, durante la quale l’impresa capitalistica in Italia si è dovuta misurare con una coscienza di classe così elevata, da aver prodotto strumenti nuovi di democrazia di massa per governare e riformare dal basso tutti i rapporti sociali nella fabbrica e nello stato. Senza un rilancio dell’attacco al cuore del potere – cioè del padronato e del management dell’impresa che sono in simbiosi con gli esecutivi dello stato – non è possibile uscire dall’equivoco in cui stanno un po’ tutte le forze diverse da quelle della destra tradizionale e della «Lega», che fanno le mosche cocchiere credendo di controllare lo spostamento a destra per un «cambiamento» che, se è perseguito in nome del «governo forte», è esattamente quella «controrivoluzione» che non sarebbe stata mai possibile se non fossero venute in soccorso forze che si dicono democratiche e «di sinistra», ma che tradiscono ogni idea di socialità e di «democrazia»; e lo fanno perché condividono anche uno solo dei seguenti punti, che risultano decisivi al fine del rovesciamento, prima o poi, della democrazia di massa:
1) l’idea pseudodemocratica che l’elezione diretta del presidente della Repubblica, del Presidente del Consiglio e del Sindaco sia espressione di un nuovo tipo di democrazia. Falsamente denominata «immediata» per nascondere che con tale operazione si cancella la dialettica complessiva tra società e stato, fondata sulla differenza non già di «capi» prestanome del potere, ma di progetti di trasformazione o conservazione dei rapporti sociali.
2) l’idea pseudodemocratica che l’elezione «diretta» del governo e del suo «capo» sostituisca la cancrena odierna dei vertici di partito, che invece in tale modo acquisterebbe un potere totale e incontrollato, già a partire dal fatto che tali proposte presuppongono la conferma del primato delle segreterie dei partiti che hanno l’esclusiva della scelta dei candidati nei collegi uninominali;
3) l’idea pseudodemocratica che la separazione tra politica e amministrazione sia uno strumento utile ai bisogni sociali dei cittadini quando invece essa restituirebbe tutto il potere ad una burocrazia, strettamente dipendente dai centri di potere del capitalismo quando più si proclama «indipendente», appunto, dal controllo sociale e democratico;
Il punto è questo; non c’è nessuna forza, dal Pd, ai 5*, ai rosso/verdi, che sia immune da uno solo di questi vizi teorici sopra elencati, che esprimono l’ideologia del capitale e del primato dei vertici, dalla quale non ci si può liberare, se frattanto non la si combatte nelle organizzazioni di partito e sindacali del movimento operaio che, come si é dimostrato all’Est e in Oriente, mostrano la corda proprio su questo punto.
Da qui può partire una lotta che blocchi quello “sbrego” alla costituzione tanto invocato da Cossiga e Miglio, che altro non sarebbe che un “colpo di stato” .
Quando il sindacato abbassò le “braghe” (come avrebbe detto Reggiolini) di fronte al governo e alle imprese, in nome dell’informatizzazione e delle nuove tecnologie che oggi ritroviamo al centro del sistemi I.A.
Proprio perché consapevoli delle ragioni che da sinistra si sono date alla deriva della democrazia – con una miscela di riferimenti, vuoi alla “globalizzazione dell’economia”, vuoi alle “trasformazioni del processo produttivo” – siamo stati e tanto siamo sempre più persuasi della necessità di non aderire apoditticamente alla tesi che l’internazionalizzazione del potere capitalistico e l’informatizzazione che l’ha agevolata si trovino – senza salti – entro un processo che in realtà è stato rapido, ma graduale, di transizione, avvertibile e avvertito già nel passaggio dagli anni cinquanta agli anni sessanta, quando il profilarsi dell’impresa multinazionale e dell’automazione hanno concorso a determinare quel processo oggi pienamente dispiegatosi, incidendo profondamente su ogni aspetto della vita sociale e politica e quindi anche istituzionale. Forte essendo, altrimenti, il dubbio che si resti vittima di una sorta di determinismo storico, con il risultato di legittimare aprioristicamente la perdita di valore dell’autonomia sociale e dell’autonomia politica delle forze diverse da quelle legate al sistema delle imprese: sì che, allora, altro non vi sarebbe che ammettere, insieme alla supremazia del capitalismo, anche quella dei vertici istituzionali dello stato e delle organizzazioni sovranazionali. Soprattutto oggi – quando le nuove tecnologie come quelle delle I.A. che ripropongono forme di fordismo e di taylorismo ci stanno dando ragione – quel che non ci ha mai convinto nell’assunzione, di categorie dogmatiche come “post-moderno”, “post-industriale”, “post-fordismo”, “post-taylorismo”, ecc… da parte della sinistra – anch’essa post-sinistra, e dai sindacati – tra cui anche la Fiom e sindacalisti anche compagni ed amici cosiddetti “sandinisti”, dei Sabattini, come gli abbiamo detto nel seminario a tre con lui Sabattini, d’Albergo e il sottoscritto, tenutosi Tradate presso la biblioteca di Tradate – più del ruolo di cesura che veniva loro assegnato per separare con assoluta nettezza le fasi successive della rivoluzione industriale e scientifica – ciò che comunque dovrà ancora essere sottoposto ad accurata analisi critica sui rapporti reali tra capitale e lavoro – quanto ancor più la contraddittorietà con cui, in nome delle nuove tecnologie, non solo si è rinunciato e perseguire l’attacco contro la perseveranza del dominio del capitalismo, ma si è pervenuti a legittimare di fatto una costante del potere politico-istituzionale che si ispirerebbe alla medesima matrice se, comunque, in ogni fase storica – precapitalistica o capitalistica – l’organizzazione del potere si configura nello Stato come un riflesso di quello in fabbrica, con un impianto sempre verticistico, con varianti secondarie di quella che, volta a volta, viene invocata come esigenza irrinunciabile del “rafforzamento dell’esecutivo”.
Come è successo appunto quando, considerando chiusa la fase del taylorismo e del fordismo, si è accettata l’ultima fase, quella della fondazione di una nuova centralità dell’impresa in un quadro di innovazioni informatiche e tecnologiche, in cui si accettano di nuovo la centralità dell’esecutivo e il centralismo dell’impresa. In senso opposto alle fasi di lotta precedenti centrate sulla programmazione democratica dell’economia e quindi sul ruolo entrale dei Consigli di Fabbrica e di zona nel rapporto con gli enti il locali – rapporto che è stato la base con cui si è costruito nel territorio e dal basso la difesa della salute e dell’ambiente promuovendo la Riforma sanitaria, così come lo stesso tipo di rapporto era la base della programmazione democratica dal basso verso l’alto, dalle fabbriche e dai territori, fino a alla centralità dell’Assemblea Parlamentare.
Viceversa nell’ultima fase furono definiti i rapporti tra stato centrale e , tra istituzioni e sociale, tra assemblee ed esecutivi, e quindi tra parlamento ed esecutivo a favore della centralità di quest’ultimo e di tutti gli esecutivi e a favore della centralità dell’impresa.
Ma IL PUNTO CHIAVE DELLA DISCUSSIONE SU QUESTI PROBLEMI– che ovviamente abbiamo esaminato anche in quell’incontro di Tradate (che abbiamo completamente sbobinato, per tre volte proposto alla Fondazione Sabattini che non ci ha mai neanche risposto!) ERA QUELLO DI SAPERE SE FOSSE POSSIBILE ANCORA INTERVENIRE E GESTIRE UN PROCESSO DI CONTROLLO DELLA PRODUZIONE SOPRATTUTTO DELL’APPARATO INDUSTRIALE, per esempio, COME PURO RAPPORTO TRA IL SINDACATO, INTESO NEL SUO COMPLESSO, E I CENTRI DI DECISIONE DELLO STATO. GRAVEMENTE INTENDENDO PER CENTRI DI DECISIONE DELLO STATO, sostanzialmente, GLI ESECUTIVI E L’ESECUTIVO DI GOVERNO O MEGLIO, PEGGIO ANCORA, I POCHI MINISTERI E MINISTRI CHE PARLANO O PARLAVANO A NOME DEL GOVERNO, cioè quei famigerati Comitati interministeriali che abbiamo sopra criticato, uno dei modi (insieme “consigli di gabinetto”, Agenzie, Enti, ecc.) con cui, ripetiamo “Il Potere esecutivo che ha escogitato strumenti sempre più sofisticati di governo dall’alto, mediante il trasferimento illegittimo del potere di governo che risponde al, Parlamento, a “consigli di gabinetto” e a “comitati interministeriali”, che sono irresponsabili verso il Parlamento”.
Pur nel variare delle diverse fasi dell’intervento economico dello Stato, si realizza un intervento di tipo centralistico prevalentemente inteso ad operare sulla spesa e sulla domanda, anziché sulla produzione e sull’offerta e quindi sulle imprese, come si voleva, si intendeva e spingeva con le grandi lotte del 68-75.
Dell’apertura della grande fase di ristrutturazione ne parlai nella relazione all’Assemblea dei comunisti del sindacato come segretario regionale del PCI Lombardia, in cui avevo definito “selvaggia” la “ristrutturazione dei capitalisti in atto”. Durante le sue conclusioni fui ripreso e criticato da Napolitano per quel termine “selvaggia”, suscitando però una reazione “urlata” contro Napolitano da parte della platea (dove, a parte De Carlini, capo dei “miglioristi” milanesi, c’erano tra gli altri i Lucchesi, i Pizzinato, i Fenzio, non ricordo se c’era anche Agostinelli; ma soprattutto c’era un Sabattini furioso, in piedi e ”urlante”). Una testimonianza della tensione che attraversava la parte più combattiva e di lotta della CGIL rispetto alla destra del PCI, in quella fase in cui vengono affrontati una serie di interventi con le leggi come la L. 675 (‘77 o ‘78), in cui tutto sommato – nella fase della c.d. “solidarietà nazionale” – si è tentato un intervento dello Stato che affrontasse molti problemi che erano al centro delle questioni economiche, ma in un quadro non coercitivo da parte dell’esecutivo, ma dialettico e ancora rispettoso delle articolazioni di base e sociali dei lavoratori e delle autonomie locali.
Viceversa negli anni ‘80, nella fase di ristrutturazione informatica e delle cosiddette nuove tecnologie, la possibilità di intervento divenne e rimase sempre una priorità dell’esecutivo, una forma di interventi che privilegiano quasi esclusivamente il ruolo e la funzione dell’esecutivo di governo col consenso degli esecutivi di vertice anche del sindacato.
Anche i processi di ristrutturazione furono affidati agli strumenti interministeriali come ad es. i vari CIPI, CIPES, ecc… che al tempo stesso sono irresponsabili verso il parlamento” e configurano la massima espressione centralizzata degli interessi sociali ed economici nei processi decisionali che accentuano la CENTRALITA’ degli ESECUTIVI sulle Assemblee e l’emarginazione crescente dell’articolazione democratica dello Stato, delle Regioni e delle Autonomie locali.
Ed ecco che si arriva al punto chiave: sapere se in Italia il Sindacato possa intervenire e controllare la politica economica e la politica industriale, partendo da un rapporto centralizzato tra il sindacato nel suo complesso e l’esecutivo nel suo complesso (com’era stato scritto nell’accordo di quel 14 gennaio).
Naturalmente a Tradate concordammo che non era possibile operare nel campo economico e industriale partendo dai vertici e in maniera centralistica e dall’alto, perché significa abbandonare la strategia sociale della democrazia antifascista delle riforme strutturali per attuare la democrazia sociale prefigurata dalla Costituzione del 1948, per altro nella convergenza tra cattolici e comunisti, tra Dossetti e Togliatti per il controllo sociale e democratico dal basso della produzione e la programmazione democratica democratico dell’economia (per altro specificato nell’Art.41).
Perché, significa ripetere il fallimento della programmazione dall’alto dei governi di centro sinistra che, in quanto centralista, era antidemocratica perché antisociale, e anti/autonomie sia sociali che istituzionali e quindi contrarie anche al sindacato inteso, in primis, nelle sue forme di democrazia organizzata dal basso, in fabbrica e nei territori.
Significava cioè ripetere e determinare rigidamente – come poi avvenne con la c.d. “concertazione” tra i vertici del sindacati e della imprese e con l’esecutivo di governo – compatibilità e comportamenti che investono poi a cascata, dall’alto, tutte le articolazioni del sindacato e articolazioni sociali, cioè fino alle articolazioni sociali nella fabbrica e quindi i Consigli di fabbrica, con intervento diretto dall’alto, come rapporto contrattuale, quindi contrattato centralmente e vincolante dei comportamenti del governo e del sindacato, CHE VA SOTTO IL NOME DELLA “POLITICA DEI REDDITI”: cioè di un solo reddito, quello dei lavoratori, cioè il capitale mobile cioè il capitale vivo dei lavoratori salariati, che dando valore ai prodotti e quindi valorizzazione del capitale investito è l’unico elemento della produzione che produce la ricchezza – insieme alla Natura, anche’essa corpo inorganico dell’uomo che produce – il solo e unico fattore che non solo non crea inflazione, ma l’unico fattore sia governo sia sindacati sia padroni hanno concordato che deve essere l’unico che va controllato perché serve ridurre il valore lavoro per ridurre i salari anche al di sotto dei limiti di sopravvivenza o di povertà.
Perché come dice Marx, per l’economia politica capitalistica è nell’antagonismo tra borghesia e proletariato che si crea il capitale, per cui: “negli stessi rapporti entro i quali si produce la ricchezza, si produce altresì la miseria” (Marx MF). La parola magica che usava Sabattini era “triangolarità” che usava per dire “quando dico triangolarità se c’è ancora oggi qualcuno che non capisce a cosa mi riferisco, allora è meglio che trovi un mestiere fuori dal sindacato e dal partito”. Una linea che c’era nel sindacato, e che pensava appunto alla “triangolarità” che è sinonimo di corporativismo tra Stato, sindacati e padroni, come massima espressione di governo centralizzato delle componenti sostanziali dell’economia. In questo testo, non possiamo ulteriormente specificare, ma basti dire che la linea della “triangolarità” è quella vinse dentro il sindacato, e che ha portato all’ accordo, firmato dal Governo Ciampi con i sindacati e i padroni, del famoso 23 luglio 1993. Quell’accordo che sul settimanale “Il Lavoratore /e oltre”, in un articolo a firma mia, definimmo come l’accordo di “Palazzo Vidoni” tra il governo Mussolini, i padroni e i sindacati di regime del 1926, e che infatti dette avvio alla nascita del corporativismo definito come un tutt’uno col fascismo da Mussolini: “il corporativismo è fascismo e il fascismo è corporativismo”; e che nel 1927 portò all’approvazione della Carta del Lavoro del fascismo. A sua imitazione l’Accordo tra governo Ciampi e tra i vertici dei sindacati e dei i padroni ha istituito la politica dei redditi, stabilendo centralisticamente le regole per la contrattazione collettiva e introducendo la pratica verticistica del confronto tra le parti; e al posto della scala mobile dei salari, promulgarono la scala mobile dei profitti d’impresa con la famigerata e preventiva “inflazione programmata” che, scavalcando il Parlamento, veniva decisa dal governo con l’accordo di padroni e sindacati; e che risultava ogni anno programmata sempre in modo inferiore all’inflazione reale: ecco perché i salari non hanno mai recuperato rispetto all’inflazione reale (ma solo rispetto a quella inferiore programmata, ma neanche sempre perché appunto affidata alla contrattazione, quindi dalla forza dei sindacati nei vari comparti e che in molte aziende o sono deboli o persino non esistono). La c.d. “inflazione programmata” si è rivelata da allora ad oggi lo strumento e il mezzo per ridurre costantemente ogni anno i salari, in ragione della “riduzione del valore lavoro”, come direbbe Marx, grazie anche al lavoro importato con l’immigrazione, cioè “all’esercito di riserva” del lavoro, come sempre direbbe Marx.
Quando, come col Patto di Palazzo Vidoni del 1926, il sindacato partecipò allo “sbrego” cioè al colpo di stato contro la Costituzione, col sostegno di “tutte le sinistre” anche di quelle radicali dentro e fuori del sindacato (di Occhetto, Bertinotti, Rinaldini, verdi, ecc.)
Con la “concertazione” centralistica, il valore lavoro del salario è stato ridotto fino al di sotto dei limiti di povertà, per la falsità di aver ritenuto che il salario, non il capitale e il profitto, ma il salario fosse il responsabile dell’inflazione e anche l’unico mezzo per ridurre e controllare l’inflazione stessa che, sappiamo, era invece prodotta dall’incremento dei profitti, quindi l’incremento della domanda e delle importazioni di beni. Mentre il sistema di accumulazione capitalistico e di accumulazione del profitto capitalistico rimaneva intatto e incontrollatao, e che quindi, nella sua inesorabilità, ha potuto accrescere in modo sproporzionato e senza precedenti come mai in passato, in quanto da allora ad oggi è stato liberisticamente inteso come libero da “lacci e lacciuoli” persino di creare inflazione, liberato anche dalla scala mobile dei salari che recuperava i salari solo 6 mesi dopo. Come aveva ripetutamente avvertito e scritto l’economista Napoleoni sulla Repubblica che “la scala mobile dei salari che recupera con ritardo, non solo non crea inflazione ma la limita costringendo le imprese a contenere i prezzi dei prodotti e sopratutto costringendo le imprese ad investire in innovazione”.
Viceversa venendo meno la capacità di recupero dei salari, invece di investimenti produttivi i capitali sono stati usati per speculare in Borsa, e l’inflazione da prezzi applicati dalle imprese ha avuto mano libera – tanto poi veniva ridotta sul lato dei salari – pur di accumulare sia capitale costante, cioè capitale morto o lavoro passato e accumulato (anche con finanziamenti pubblici, come da ultimo anche per il nucleare e le IA) sia accumulare profitto capitalistico, anche mediante le speculazioni bancarie e borsistiche. Cioè spostando i capitali dalla produzione e dagli investimenti produttivi, verso le Borse e le Banche.
“Questo modo di costruire la politica dei redditi in termini centralizzati” (che poi si tratta di un solo reddito in sostanza, quello dei lavoratori dipendenti) riporto quanto detto da Sabattini nel seminario di Tradate – in realtà ha manifestato contraddizioni assolutamente laceranti e ha teso a configurare un processo di rapporto tra lo Stato e il sindacato che si potrebbe dire – che soprattutto in un seminario come questo posso dirlo tranquillamente – di tipo NEOCORPORATIVO”.
NEL SENSO CHE I VERTICI, gli esecutivi delle istituzioni sociali e in questo caso dei sindacati, assieme agli esecutivi dello Stato, si incontrano, delineano delle intese, e queste intese stanno sotto un tetto, previsto in funzione del raggiungimento di determinati obbiettivi che, in quel caso, era la diminuzione dell’inflazione mediante la riduzione della domanda di beni attraverso la riduzione dei salari dei lavoratori, che viene da tutti accolto, in qualche modo eufemisticamente contrattato, a cui corrisponde in uno scambio politico un dare e un avere. E in questo scambio avviene la possibilità di un patto tra i vertici di sindacato, padronato e stato, che poi ha come sostegno un decreto del governo con cui il patto diventa un elemento istituzionale vero e proprio, che taglia fuori ed esclude in toto il parlamento e la sovranità popolare che lo ha eletto per essere lui a governare, col governo parlamentare, e non l’esecutivo.
Per cui mentre un volta si diceva proprio con i “sandinisti” di Sabattini e con Tiziano Rinaldini (non Gianni, il fratello succube di Bertinotti) che una cosa il sindacato non può mai fare, e cioè che diversamente dal partito, il sindacato non deve mai andare al governo, ecco invece che il sindacato si trova di fatto al governo al posto del partito relegato in un Parlamento emarginato non dal sindacato in quanto tale (cioè C.d.F e C. di zona) ma dai vertici del sindacato, nella stessa posizione di sostegno subalterno all’esecutivo che avevano anche i sindacati fascisti.
Con la concertazione i soggetti fanno un contratto vero e proprio e questo contratto ha forza di legge nella misura in cui è decretato e poi approvato, riducendo il Parlamento al ruolo di ratifica, perché il governo va in Parlamento con patto precedentemente stabilito col sindacato e già trasformato in decreto.
Donde che lo stesso Sabattini, bontà sua, si rende conto e dice: “riesco un po’ a comprendere il fatto che quando un governo si presenta in Parlamento e dice: – Io faccio questo decreto e ho il consenso delle tre confederazioni sindacali – credo che lì la discussione parlamentare non è solo ridotta ma non viene neanche fatta, e il decreto passa puramente e semplicemente”. Ciò nonostante dice che “se io sindacato faccio un patto, a quel patto ci si deve riferire e ognuno deve prendersi le sue responsabilità compreso l’esecutivo e il Parlamento che però, ha riconosciuto, non può nemmeno discutere. In sostanza lo scambio politico è un po’ costruito sulla base di un vecchio adagio “Meglio l’uovo oggi che la gallina domani”, poi spesso l’uovo non c’è, la gallina è già stata esclusa, e quindi non c’è più niente, come in effetti è stato per i lavoratori e il sindacato, non c’è stato niente, se non a perdere. Una vicenda aperta fin dagli anni ‘60 quando La Malfa, ministro del governo di centro-sinistra e proveniente dal partito di azione di Calamandrei, parlava del primo e del secondo tempo, chiedendo sacrifici nel primo tempo per avere vantaggi nel secondo tempo che in realtà non veniva mai, ma che almeno trovava un sindacato contro e non a favore come invece con la “concertazione”. Questo nonostante che un vecchio liberale come Baffi, presidente della Banca d’Italia, che fecero fuori insieme a Sarcinelli con accuse poi rivelatesi clamorosamente false, avesse scritto una cosa molto importante: “va bene se voi assumete, se il sindacato assume come punto essenziale le questioni dell’inflazione tutte le conseguenze sono evidenti: dal salario punto essenziale all’inflazione punto essenziale, ma sostenendo anche la tesi “che un mantenimento dell’indiciazzazione del salario a circa ilo 50 % del valore di contingenza, quel livello di indicizzazzine deve rimanere perché è la condizione fondamentale per potere affrontare determinati problemi”, tra cui quello degli investimenti produttivi e dell’innovazione, investimenti che, come diceva l’economista Napoleoni, possono esserci se però non si concede al padronato la scappatoia di comprimere i salari anziché investire nella produzione; altrimenti il capitale va a giocare in Borsa e a fare speculazione, per cui é fondamentale che ci sia la scala mobile dei salari che non è vero che crea inflazione perché la recupera solo in parte e sempre con sei mesi di ritardo rispetto all’inflazione che c’è già stata.
Tutto questo ha a che vedere con le questioni istituzionali e della legge elettorale, perché maggioritario, presidenzialismo, stato federale, sono parole d’ordine di politica istituzionale tra loro convergenti nel ricostruire, nell’attuale fase di sviluppo/crisi del capitalismo, gerarchie sociali di vecchia matrice, cui è necessario rispondere coniugando strategia costituzionale e strategia politica, in nome degli interessi di classe raccolti già nella Costituzione formale, tuttora vigente, ad onta di giudizi liquidatori che sono stati formulati dopo 1948 da una cultura giuridica scientificamente debole come quella di Calamandrei e connivente con gli interessi dominanti. Ciò comporta una ripresa di analisi critica del capitalismo nelle forme di internazionalizzazione istituzionalizzata da esso assunte, revocando quelle analisi che, smentendo le teorizzazioni degli anni sessanta-settanta oggi oltretutto “burocratizzate” – di sedere nei consigli di amministrazione delle imprese, per chiudere il cerchio delle “concertazioni” già avviate con le note triangolazioni governo-Confindustria-Confederazioni sindacali, concertazioni che – in regime diverso da quello fascista, per le sopravvivenze del pluralismo – ripete il principio di “collaborazione” che era stato canonizzato nella “carta del lavoro” del 1927, ed è stato sempre il principio qualificante dell’autonomia sindacale della CISL in Italia, ed ora della CES in Europa.


22 Lug 2026
Posted by Iskra
