di Angelo Ruggeri
Pirola intellettuale organico che indagato i rapporti tra cattolicesimo e marxismo
(repetita iuvant del ricordo fatto nel trigesimo della morte)
Immenso è il dolore dei Suoi estimatori, colleghi e allievi, per l’improvvisa scomparsa di Padre Giuseppe Pirola, ma, nel contempo, profondo è il senso intramontabile di una Sua Presenza. Una presenza materializzatasi con la feconda attività di direzione culturale del “Centro di Ricerche socio-culturali”, che ha saputo attrarre e coinvolgere, in una produzione pluridisciplinare, studiosi affermati – italiani e stranieri – e allievi via via consolidatisi specialmente in virtù di una ramificata collaborazione a “Fenomenologia e società”. La rivista, a cura del “Centro”, che dal 1977 ha divulgato qualificati contributi di filosofia, nelle sue varie accezioni, nel solco degli itinerari di ricerca aperti dalle feconde, intensificate relazioni tra i processi di sviluppo avviatisi nella società (particolarmente nell’ultimo quarto del XX secolo) e gli indirizzi di ricerca negli ambiti specifici della filosofia politica.
Nel solco della storia, alle radici del cristianesimo
Altri, nella sede più appropriata, metteranno in luce apporti teorici più significativi, a noi urge celebrare quegli aspetti della Sua personalità eccelsa di “intellettuale organico”, destinati a lasciare un’impronta indelebile, per quel tipo di impegno – testimoniato, fino all’ultimo giorno, dai suoi ininterrotti interventi nei dibattiti politico-culturali dentro e fuori degli istituti religiosi, e compresi quegli scambi periodici (e sinanco quotidiani) con chi tra noi – è il caso di Angelo Ruggeri – ha avuto la fortunata ventura di rapporti consuetudinari fin dagli anni 70, quando nel PCI era dirigente politico di formazione marxista.
Infatti per inquadrare adeguatamente la personalità di Giuseppe Pirola nella storia religiosa, civile, politica e sociale del nostro paese, occorre tenere fermi due elementi di fondo: il ruolo da Lui assegnato all’analisi “storica” per spiegare i nessi tra l’uomo e la comunità; e la necessità di interpretare, per “viverlo”, quel rinnovamento della chiesa e della vita cristiana che era ed è segnato dal Concilio Vaticano II.
Proprio perciò, nel contempo, Giuseppe Pirola ci induce a raccogliere l’ispirazione che, dalla chiesa dell’”America Latina”, ci sospinge verso la “teologia della liberazione”. Per capire cioè come dal religioso si passi al politico e al sociale, laddove la fede si configura come orizzonte di comprensione per l’azione sulle situazioni umane, costruendo la “comunità ecclesiale di base”, attraverso un collegamento tra il “popolo di Dio” e la “chiesa-comunione”. Al fine di passare da una chiesa “per” i poveri ad una chiesa “dei” poveri, in nome di una cattolicità per tutti che inverta il senso della storia, non più ferma alla tradizione, per partire realmente dai poveri.
Alle origini del pluralismo e della libertà
L’importanza di tale impostazione, che tiene conto delle esigenze di sviluppo coerente della libertà nell’eguaglianza non solo nell’organizzazione della società civile e dello stato, ma anche nella vita della chiesa non più solo istituzione ma anche comunità, non si iscrive soltanto nella straordinaria versatilità di Padre Pirola. Poiché gli scritti più rappresentativi del Suo pensiero, documentano – specialmente in questa fase di decadenza degli intellettuali – la Sua rara capacità di sintesi nella rilettura critica, imperniata sul metodo storico di interpretazione dei problemi religiosi più ardui, presentatisi già nell’epoca precedente le vicende della modernità. Ispirandosi particolarmente a Bloch, con una stringatezza incalzante nella lucidità di sceverazione dei rapporti tra ortodossia ed eresia, nel contesto dei contrasti tra potere spirituale della chiesa e potere temporale dell’impero.
In proposito emblematico è un saggio che va alle “origini del pluralismo”, sottolineando che l’eretico pose nel 1500 il problema del pluralismo, affrontato dalle dottrine politiche moderne, rappresentando cioè “la prima figura della diversità” entro la società politico-religiosa della fine del medioevo. Il nucleo del pensiero che caratterizza le ricerche rigorose e documentate di Padre Pirola, nei saggi sull’alternativa tra tolleranza e libertà religiosa e più compitamente su “Fede e violenza” (una storia poco esemplare), va colto nel passaggio dall’analisi delle tesi di Tommaso e Agostino alla sottolineatura del ruolo di Erasmo (“l’elogio della pazzia è l’elogio di Tommaso Moro”).
Libertà umana e rapporti religione e politica
Qui Pirola ci fa vedere il principio e da dove parte la vera libertà, introducendo una distinzione netta tra Lutero ed Erasmo, il quale non condivise la nozione di libertà cristiana di Lutero in quanto inficia la nozione umanistico-evangelica di “libertas hominis”, sotto la forma di “libertas christiana”. Libertà non dell’individuo ma solo della comunità cristiana “spirituale” – soltanto dei credenti in Cristo – distinta dal potere istituzionale gerarchico ecclesiastico. Da qui cercando una nuova definizione del potere del Principe, quindi una “nuova teologia politica”, da cui seguirono le guerre di religione tra sovrani e il potere della spada, in base al ben noto “cuius regio, eius religio” (1648).
Ne deriva che la libertas hominis – della comunità umana tutta – come non è la libertas luterana, così non è neppure la “libertà di coscienza individuale”, sicché al Principe spetta tutelare la libertà religiosa di associarsi ad una comunità religiosa. Ciò che conforta l’assunto di Pirola che l’evento epocale della modernità “non è filosofico” (della filosofia, inglese del 600, dell’individuo-liberale e atomizzato) ma è “storico”, dell’umanesimo che anticipa già nel 500 la civitas, dovendosi piuttosto chiamare in causa l’ispirazione erasmiana per l’impostazione del problema (del rapporto tra religione, potere civile e comunità), come “esclusivamente politico” di dare una nuova configurazione o costituzione politica “ad un’area comune a tutte le libere confessioni religiose”. Tenendo presente che occorre distinguere tra reato e peccato” e che “la Chiesa si occupa solo del peccato e non può chiedere nulla al Principe”.
Ed è sulla base di una tale forza argomentativa che Pirola ha elaborato due esaurienti saggi, rispettivamente intorno alle “Mutazioni interne alla teologia politica di Agostino” e – più recentemente – con una “Nota sul fondamentalismo cristiano”, sempre avendo Agostino come punto di riferimento, in una situazione storico-politica in cui il rapporto tra religione e politica vede etnie, culture e religioni diverse nella condizione di convivere, mandando in crisi il modello occidentale che regolava il rapporto tra le rispettive differenti identità. Sicché – osserva acutamente Giuseppe Pirola – “lo stato di diritto si rivela sempre meno commisurato alle nuove istanze attuali”.
La serrata rilettura critica del cangiante pensiero di Agostino anche attraverso gli studi più qualificati su “La città di Dio”, induce Padre Pirola a registrare “che sulle mutazioni dottrinali le vicende storiche hanno un peso più rilevante di quanto sembri a prima vista”.
Fede e violenza
Illuminante è quel rilievo sulle cangianti posizioni di Agostino, che si possono intendere se si tiene presente il problema storico, dal quale traspare che la teologia politica, nel suo primo sorgere in Occidente, si esprime con “l’antilibertarismo promosso dal ricorso della Chiesa all’autorità cristiana dell’imperatore, per sanare scismi ed eresie”. Per cui il cambio di opinione personale di Agostino e della precedente dottrina della chiesa, prova che in Occidente l’antilibertarismo “è esattamente la spia del fondamentalismo cristiano”, oggi principalmente protestante e americano. E sulla scia di tali incisive notazioni sul rapporto tra concetti e storia in materia di rapporti tra potere religioso e potere civile, particolare fecondità riveste la connessione che Giuseppe Pirola ha colto nei mutamenti di opinione di Agostino a proposito dell’uso della costrizione, prima avendo ritenuto che la fede “o è libera o non è fede”, e poi optando per l’opposta concezione favorevole alla “costrizione a fare il bene”, facendo risultare condivisibile nei fatti, il ritorno all’unità della Chiesa mediante conversione ottenuta per la forza coercitiva del potere imperiale. Sulla premessa da Lui sottolineata della differenza tra il “contesto storico” in cui l’imperatore era pagano, e quello segnato dal periodo costantiniano. Ciò che Pirola ha acutamente osservato, caratterizza come “storia poco edificante” i passaggi di fase in cui la questione dell’eretico – sollevando il problema del pluralismo – ha preso corpo, transitando dal Medioevo al mondo moderno, quando il problema si trasformò come problema politico nuovo di un sovrano (cattolico o protestante) “con sudditi di diverse confessioni religiose cristiane”, per sfociare attraverso il riconoscimento in sede filosofica che lo stato “tutela la libertà di coscienza”, non già questa o quella “istituzione religiosa”, della necessità, da parte della Chiesa, di tornare alla “sua primitiva dottrina negata per secoli”, come risulta infine dal documento del Concilio Vaticano II.
Cattolici e marxisti
Ed è nel contesto di tale approccio che Padre Pirola ha preso posizione sugli aspetti anche più immediati del riverbero delle questioni teoriche sui rapporti tra potere religioso e potere civile. Come a proposito di identità e cultura nel rapporto tra Cristianesimo ed Europa; e sulle possibili confluenze con il marxismo nell’analisi del processo storico di liberazione degli uomini, con un dialogo – tra cattolici e marxisti, chiarito che “la critica di Marx non era ateismo” – abbandonato perché “ora i marxisti sono spariti” (come ha stigmatizzato nell’epistolario del dialogo ravvicinato con Ruggeri).
Fondamentale è il rilievo sulla “deoccidentalizzazione” della Chiesa di Giovanni XXIII, sul piano politico ed economico, con il richiamo alla dottrina sociale della Chiesa circa il capitalismo, imperniata sulla decisiva precisazione che le radici cristiane non stanno nel passato “storiografico” della Chiesa, ma nell’escaton, come futuro che ad-viene al presente terrestre e non dopo la fine della storia umana, annunciato da Gesù, che definisce il presente in quanto introduce in ogni attimo nella storia umana, la tensione tra “presente fattuale ed escaton”. Sicché la Chiesa non è il Regno di Dio escatologico, né istituzione religiosa ma è la comunità o collettività, che può conoscere attraverso l’analisi dei segni dei tempi le scelte da fare e le decisioni da prendere nei rapporti con le altre religioni e con il mondo attuale economico, sociale e politico, in una comunità che (con) “il pluralismo permette di renderla ‘la nuova Agorà’, in cui la religione ha funzione formativa di identità non individuale ma solo sociale”.
Angelo Ruggeri, Salvatore d’Albergo, Vittorio Gioiello del Comitato Scientifico di Fenomenologia e Società


08 Feb 2026
Posted by Iskra
